Cittadini solo di nome: la minoranza indù che scompare in Pakistan
Una nuova dhimmitudine alimenta ottanta anni di cancellazione.
Imran Khurshid, Ph.D., è ricercatore associato presso l’International Centre for Peace Studies di Nuova Delhi, in India.

Sintesi
Questo articolo esamina come la minoranza indù del Pakistan sia stata progressivamente emarginata sin dalla nascita del Paese, nel 1947. Prima della Partizione, gli indù costituivano circa il 13,5–15 per cento della popolazione nel territorio che oggi è il Pakistan. Secondo il censimento pakistano del 2023, gli indù rappresentano ormai soltanto l'1,61 per cento della popolazione del Paese. Se una parte rilevante del calo demografico iniziale è stata conseguenza della Partizione, l’articolo sostiene che le vicende della comunità indù rimasta nell’arco degli ultimi otto decenni rivelano un modello più ampio di discriminazione istituzionale ed esclusione sociale, che ha rafforzato l’insicurezza e incoraggiato una continua emigrazione. Vengono esaminate discriminazioni costituzionali e legali, conversioni e matrimoni forzati di ragazze indù, espropriazione delle terre, discriminazione sul lavoro, attacchi ai templi, accesso insufficiente alla giustizia e la limitata protezione accordata alle minoranze religiose. Inoltre, l’articolo analizza la graduale erosione dell’identità indù del Pakistan attraverso l’incuria e la distruzione del patrimonio religioso, la ridenominazione post-Partizione di numerose località e strade legate alle comunità indù, sikh e giainista, e l’affievolirsi della visibilità del passato pluralista pre-Partizione del Pakistan. Infine, valuta l’attivismo internazionale del Pakistan sui diritti delle minoranze alla luce delle condizioni documentate in cui versa la sua stessa minoranza indù.
Basandosi su dati censuari, documenti del governo pakistano, rapporti di organizzazioni internazionali per i diritti umani, ricerche accademiche e casi di studio documentati, l’articolo adotta la neo-dhimmitudine come quadro analitico per verificare se schemi storicamente associati alla subordinazione religiosa — quali status diseguale, vulnerabilità religiosa, coercizione, restrizioni della vita religiosa ed erosione dell’identità comunitaria — si siano manifestati in forme contemporanee in Pakistan.
Dhimmitudine storica ed emergere della neo-dhimmitudine
La condizione della minoranza indù del Pakistan riflette una storia lunga e complessa di marginalizzazione religiosa, discriminazione ed esclusione sociale. Storicamente, la dhimmitudine indicava lo status giuridico e sociale delle comunità non musulmane protette sotto dominio islamico ma collocate in una posizione subordinata. Bat Ye’or, scrittrice nota per i suoi lavori sulle esperienze storiche di ebrei e cristiani sotto dominio musulmano, in The Dhimmi: Jews and Christians Under Islam documenta le restrizioni imposte in tempi e luoghi diversi a ebrei e cristiani, comprese limitazioni relative a istituzioni religiose, vita pubblica, tassazione, impiego e status politico. [1] La sua opera successiva, The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude, esamina le esperienze delle comunità cristiane in Medio Oriente e in Anatolia, compresi episodi di discriminazione, persecuzione, conversione forzata, spostamenti coatti e restrizioni della vita religiosa cristiana. [2]
Il concetto storico richiede tuttavia una precisazione importante nel contesto pakistano. Gli indù non erano storicamente classificati come dhimmi esattamente allo stesso modo di ebrei e cristiani, il cui status di protetti aveva una collocazione più consolidata nella giurisprudenza islamica classica. Lo status degli indù e di altre comunità non abramitiche variava a seconda delle società sottoposte a dominio musulmano e dei periodi storici. Anver M. Emon, professore di diritto e Canada Research Chair in Islamic Law and History all’University of Toronto, in Religious Pluralism and Islamic Law: Dhimmis and Others in the Empire of Law dimostra che la dhimma storica era essa stessa un quadro giuridico complesso, la cui applicazione variava in base a tempo, luogo, circostanze politiche e interpretazione. [3]
Il concetto di neo-dhimmitudine non suggerisce dunque che il Pakistan abbia semplicemente riprodotto il sistema medievale della dhimma. Il punto non è se gli indù siano tecnicamente dhimmi, ma se sperimentino uno status religioso diseguale attraverso restrizioni costituzionali, opportunità politiche ed economiche limitate, segregazione occupazionale, restrizioni alle istituzioni religiose, conversioni forzate, vulnerabilità alle accuse di blasfemia e protezione statale inadeguata. Il confronto proposto in questo articolo è quindi strutturale più che storico o giuridico: non sostiene che gli indù del Pakistan occupino lo stesso status legale dei dhimmi classici, ma che determinati schemi di disuguaglianza religiosa, vulnerabilità, discriminazione e subordinazione istituzionale presentino somiglianze analitiche con condizioni storicamente associate alla dhimmitudine. La neo-dhimmitudine viene così utilizzata come cornice per esaminare come una cittadinanza formale possa coesistere con una disuguaglianza religiosa sostanziale e come fattori giuridici, sociali, ideologici e istituzionali possano combinarsi nel riprodurre, in uno Stato moderno, schemi di subordinazione delle minoranze.
Questi schemi si riflettono anche nella posizione demografica e sociale delle minoranze religiose del Pakistan. Le minoranze in Pakistan, in particolare indù, sikh e altre, subiscono gravi violazioni dei diritti umani e condizioni durissime. All’epoca della Partizione dell’India nel 1947, gli indù costituivano circa il 15–17 per cento della popolazione nei territori che oggi formano il Pakistan. Secondo il censimento pakistano del 2023, gli indù rappresentano ora circa l’1,61 per cento della popolazione del Paese, pari a circa 3,87 milioni di persone, un drastico calo rispetto alla loro presenza demografica pre-Partizione. [4] Se questo mutamento demografico è stato in parte determinato dalle migrazioni di massa durante la Partizione, la marginalizzazione persistente e la riduzione della loro quota nel corso dei decenni riflettono la discriminazione, l’insicurezza e le difficoltà affrontate dalla comunità.
In questo contesto, l’articolo esamina la condizione delle minoranze religiose in Pakistan, con particolare attenzione alla comunità indù, ed esplora i fattori politici, costituzionali, sociali e ideologici che ne hanno favorito la marginalizzazione a partire dalla Partizione. Utilizza la neo-dhimmitudine come quadro analitico per valutare l’esperienza contemporanea della minoranza indù pakistana e la misura in cui schemi storici di subordinazione religiosa si siano manifestati in forme moderne.
La morte di Jinnah e i primi segnali di intolleranza settaria
Dopo la creazione del Pakistan sulla base della Teoria delle due nazioni, il padre fondatore del Paese, Muhammad Ali Jinnah, dichiarò che tutti sarebbero stati liberi di professare, praticare e diffondere la propria religione e di vivere secondo i propri desideri. [5] Nel suo storico discorso all’Assemblea costituente dell’11 agosto 1947, Jinnah proclamò: «Siete liberi; siete liberi di andare nei vostri templi. Siete liberi di andare nelle vostre moschee o in qualsiasi altro luogo di culto in questo Stato del Pakistan», aggiungendo: «Ciascuno di voi, quale che sia il suo colore o il suo credo, è in primo luogo, in secondo luogo e in ultimo luogo un cittadino dello Stato, con uguali diritti, privilegi e obblighi». Jinnah si spinse fino a dichiarare: «Scoprirete che col tempo gli indù cesseranno di essere indù e i musulmani cesseranno di essere musulmani, non in senso religioso, perché quella è la fede personale di ciascun individuo, ma in senso politico, in quanto cittadini dello Stato». [6]
È accaduto però l’opposto. Invece di costruire questa visione di cittadinanza paritaria, i governi che si sono succeduti hanno codificato la discriminazione religiosa direttamente nella Costituzione, mancando di trattare le minoranze religiose su un piano di parità e sottoponendole a una discriminazione persistente.
Questa contraddizione, del resto, divenne visibile immediatamente alla morte di Jinnah, l’11 settembre 1948. Benché fosse nato in una famiglia sciita ismailita e avesse poi aderito alle pratiche sciite duodecimane — circostanza che richiese una preghiera funebre sciita privata (Namaz-e-Janaza) guidata dal religioso Syed Anis al-Husayni nella sua residenza ufficiale — i funerali di Stato pubblici furono celebrati secondo la tradizione sunnita, sotto la guida dell’eminente studioso deobandi Maulana Shabbir Ahmad Usmani. Per tutelare il suo patrimonio in base alle più flessibili norme successorie sciite, la sorella Fatima Jinnah e il primo ministro Liaquat Ali Khan presentarono un affidavit congiunto dichiarandolo sciita. [7] Questa doppia identità imposta allo stesso Jinnah — nientemeno che un capo di Stato — rifletteva l’immediata pressione a conformarsi al settarismo sunnita maggioritario, mettendo a nudo la profonda intolleranza e le contraddizioni strutturali presenti fin dalla fondazione del Pakistan.
Al di là di queste contraddizioni iniziali, la marginalizzazione delle minoranze religiose si è progressivamente radicata nelle strutture sociali, politiche e istituzionali dello Stato pakistano. A causa delle violazioni dei diritti umani che subiscono, le minoranze religiose come gli indù sono state ridotte a cittadini di seconda classe, con condizioni di vita peggiorate e molti diritti fondamentali di fatto negati. Sono sistematicamente discriminate in ogni ambito della vita, compresi alloggio, lavoro, accesso all’assistenza pubblica e pieno godimento dei diritti fondamentali. Questa discriminazione sistematica è particolarmente evidente nel settore dell’impiego pubblico, dove le istituzioni statali hanno a lungo rafforzato una segregazione occupazionale su base religiosa. In virtù di esplicite direttive municipali di reclutamento e di politiche del lavoro di lunga data — riflesse in annunci ufficiali pubblicati dai Pakistan Rangers, da ospedali pubblici e da aziende municipali — i lavori di spurgo manuale e di pulizia delle fognature sono stati sistematicamente riservati in via esclusiva ai «soli non musulmani», relegando molti di loro nelle occupazioni più degradanti. [8] Gli indù e le altre minoranze subiscono oppressione sistemica, ostacoli giuridici, ingiustizia amministrativa e molte altre forme di discriminazione, inclusa l’esclusione dall’assistenza statale distribuita attraverso il fondo della Zakat, che per legge esclude i beneficiari non musulmani. [9] Anche quando denunciano casi di oppressione, spesso non ottengono giustizia e si trovano invece di fronte a ulteriori ostacoli legali e amministrativi.
Per esempio, la Costituzione del Pakistan garantisce in teoria la libertà religiosa a tutti i cittadini agli articoli 20–22. Tuttavia, le Hudood Ordinances del 1979, l’Ordinance XX del 1984 e altre leggi introdotte sotto il regime militare del generale Zia-ul-Haq hanno imposto norme e ingiunzioni costituzionali che negano ai non musulmani pari tutela e libertà religiosa. [10] Inoltre, l’articolo 41(2) della Costituzione del Pakistan stabilisce esplicitamente che solo un musulmano può diventare presidente del Paese, e i titolari di determinate alte cariche pubbliche devono prestare un giuramento che invoca i principi islamici, riflettendo così una discriminazione statale istituzionalizzata contro le minoranze religiose e rafforzando lo status costituzionale privilegiato dell’islam. [11]
Esiste un intero ecosistema che sostiene tutto ciò. Comprende istituzioni amministrative, magistratura e settori della società, rendendo estremamente difficile per gli indù e le altre minoranze religiose godere di pari diritti, assicurarsi uno status paritario o ottenere giustizia.
Cancellazione del patrimonio indù e marginalizzazione culturale
La marginalizzazione e lo sfruttamento degli indù si estendono anche al loro patrimonio. I loro luoghi di culto, tra cui templi, gurdwara e altri siti sacri e storici, hanno subito distruzioni e un’incuria prolungata. Se stime regionali informali indicano che migliaia di luoghi di culto locali esistevano storicamente in quello che oggi è il Pakistan, un’indagine del 2014 dell’All Pakistan Hindu Rights Movement (PHRM) ha rilevato che, dei 428 luoghi di culto storici delle minoranze formalmente registrati al momento della Partizione, ben 408 erano stati riconvertiti a uso commerciale, residenziale o governativo, lasciandone soltanto 20 in funzione. [12] Oggi resta solo un piccolo numero di templi e altri luoghi di culto, a testimonianza della distruzione diffusa del patrimonio religioso e della sistematica cancellazione dell’identità indù del Pakistan.
Anche quelli rimasti versano spesso in cattive condizioni. Molti sono ridotti in rovina, con muri fatiscenti, pavimenti sgretolati e strutture devastate. Un rapporto durissimo di una One-Man Commission nominata dalla Corte suprema e presieduta dal dottor Shoaib Suddle ha confermato ufficialmente che, dei 365 templi teoricamente sotto il controllo dell’Evacuee Trust Property Board (ETPB), l’ente statale ne aveva completamente abbandonati 287 alle mafie delle terre, gestendo attivamente soltanto 13 siti in funzione. [13] Vi sono segnalazioni secondo cui alcuni di questi siti sono stati deliberatamente lasciati in condizioni tali da crollare naturalmente col tempo e finire per essere distrutti. Antichi monumenti di rilievo, come il Sri Narasimha Temple a Prahladpuri, a Multan, e lo storico Aditya Sun Temple, versano in un degrado strutturale assoluto, mentre il perdurante fallimento amministrativo dello Stato nel rimuovere le occupazioni abusive consente a intemperie e incuria di cancellare silenziosamente i resti architettonici del patrimonio pluralista pre-Partizione della regione. [14]
Attacchi ripetuti hanno preso di mira templi, luoghi di pellegrinaggio, altri siti religiosi e leader religiosi. Il governo ha fatto poco per prevenire tali attacchi o per proteggere questi luoghi sacri e le persone a essi legate. È importante comprendere che il patrimonio culturale e religioso costituisce una parte essenziale dell’identità di qualunque comunità religiosa. Se quel patrimonio viene distrutto, nessuno può sostenere seriamente che i diritti di quella comunità siano tutelati.
Molti esempi dimostrano l’entità della mancanza di rispetto verso queste istituzioni religiose minoritarie. Tale disprezzo si può misurare dal fatto che diversi templi e altri luoghi di culto sono stati trasformati in strutture pubbliche come latrine. A Lahore, per esempio, l’antico Basuli Hanuman Mandir è stato scandalosamente riconvertito e profanato in una struttura adibita a bagno pubblico, suscitando enorme indignazione. Analogamente, lo storico Prahladpuri Temple a Multan ha visto spesso le rovine circostanti utilizzate dalla popolazione vicina come discarica a cielo aperto e gabinetto pubblico. Inoltre, di recente, nel luglio 2026, lo storico Gurdwara Sri Guru Singh Sabha Sahib di Farooqabad, vecchio di 125 anni, è stato illegalmente preso di mira e completamente demolito da un imprenditore locale, a riprova del perdurante fallimento dello Stato nel salvaguardare il proprio patrimonio civilizzazionale non musulmano. [15]
Allo stesso modo, nel luglio 2020 alcuni estremisti hanno distrutto il muro di cinta parzialmente costruito di quello che sarebbe stato lo Shri Krishna Mandir — il primo complesso templare indù di Islamabad. Casi simili comprendono folle che hanno dato alle fiamme lo storico Mata Rani Bhatiyani Mandir nel Sindh e l’attacco a colpi di mazza al tempio Shri Paramhans Ji Maharaj Samadhi a Karak, vecchio di un secolo. In una società in cui parti della popolazione considerano la distruzione di tali istituzioni un dovere morale, una narrazione ideologica che usa la religione come arma può alimentare ulteriormente simili azioni, mentre la pressione popolare costringe ripetutamente la macchina amministrativa a capitolare di fronte alle richieste degli estremisti. [16]
Il Pakistan ha effettivamente aperto nel 2019 il Kartarpur Corridor, un corridoio di pellegrinaggio senza visto che collega Dera Baba Nanak, nel Punjab indiano, al Gurdwara Darbar Sahib Kartarpur nel distretto pakistano di Narowal. Il corridoio è stato inaugurato in occasione del 550° anniversario della nascita di Guru Nanak Dev Ji e consente ai pellegrini sikh dall’India e da tutto il mondo di visitare uno dei luoghi più sacri del sikhismo, dove Guru Nanak Dev Ji trascorse gli ultimi anni della sua vita. [17] Anche dopo periodi di chiusura dovuti alle tensioni tra India e Pakistan e alla pandemia di COVID-19, il Pakistan ha mantenuto e promosso il corridoio. Ciò non assolve tuttavia lo Stato pakistano dalla responsabilità per la distruzione di un gran numero di luoghi di culto indù, tra cui templi, gurdwara e altri siti religiosi. Numerosi gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali hanno inoltre criticato il Pakistan per non aver garantito la sicurezza e la conservazione di questi luoghi religiosi e di altre istituzioni delle minoranze.
Inoltre, in un evidente tentativo di cancellarne l’identità religiosa e culturale, il Pakistan ha cambiato il nome di molti siti religiosi indù. Se si guardano oggi i toponimi, non ve ne sono quasi più che riflettano il patrimonio indù, segno di una rimozione sistematica di quell’identità. Di recente il governo provinciale del Punjab aveva avanzato una proposta — promossa dall’iniziativa Lahore Heritage Areas Revival (LHAR) sotto Maryam Nawaz — per ripristinare alcuni di questi nomi originari pre-Partizione. Tuttavia, dopo la dura reazione di elementi estremisti, gruppi conservatori e vlogger di destra sui social media, che accusavano lo Stato di promuovere la cultura indù, la proposta è stata del tutto rinviata e ritirata, riflettendo ancora una volta la mentalità prevalente in alcuni settori della società. [18]
Un intero sistema sostiene tutto questo. Benché la Costituzione preveda garanzie per le minoranze, la scarsa attuazione continua a svuotarle di efficacia. Inoltre, i giudici faticano spesso a decidere in modo indipendente a causa delle pressioni e delle intimidazioni cui sono sottoposti.
Leggi sulla blasfemia e vulnerabilità sistemica delle minoranze religiose
Le leggi pakistane sulla blasfemia e altre disposizioni normative sono ampiamente considerate discriminatorie nei confronti delle minoranze religiose. Queste leggi vengono spesso usate impropriamente per colpire singoli individui con il pretesto che avrebbero usato un linguaggio offensivo o denigratorio verso l’islam o il profeta Maometto (PBUH). In molti casi, tuttavia, all’origine delle accuse vi sono dispute personali, conflitti sulla proprietà, rivalità commerciali, inimicizie o pregiudizi religiosi, e le accuse si rivelano poi infondate.
Per esempio, nel settembre 2019 una folla violenta nella cittadina di Ghotki, nel Sindh, ha attaccato tre templi indù — tra cui il Sacho Satram Das Mandir —, diversi negozi e la Sindh Public School dopo che uno studente musulmano aveva accusato il preside indù, Notan Lal, di aver pronunciato osservazioni blasfeme sul profeta Maometto. Indagini locali e rapporti sui diritti hanno poi rivelato che le accuse erano state fortemente amplificate da fazioni estremiste per regolare rancori economici locali; eppure i meccanismi istituzionali hanno immediatamente capitolato di fronte alla folla, portando al rapido fermo del preside ai sensi dell’articolo 295-C, mentre i responsabili della profanazione dei templi non hanno affrontato alcuna reale responsabilità giuridica. [19]
Le disposizioni sulla blasfemia contenute nel Codice penale pakistano (articoli 295-B, 295-C e da 298-A a 298-C) prevedono pene severe per presunti insulti al profeta Maometto o per la profanazione del Corano. [20] Le pene vanno da tre anni di reclusione con ammenda fino all’ergastolo e perfino alla pena di morte. La sola esistenza di queste leggi genera paura tra le minoranze religiose. Poiché la soglia probatoria è strutturalmente bassa e le leggi non prevedono sanzioni per chi accusa falsamente, esse funzionano come armi legali che espongono i non musulmani all’arresto immediato da parte dello Stato e alla violenza extragiudiziale di piazza sulla base di dichiarazioni elementari e non verificate.
Le accuse di blasfemia innescano spesso linciaggi da parte della folla. Quando circolano voci contro un membro di una minoranza religiosa, quella persona viene frequentemente aggredita o linciata prima che possa avviarsi qualsiasi procedimento giudiziario. Un esempio emblematico è il linciaggio, il 3 dicembre 2021, di Priyantha Kumara, cittadino srilankese buddista di 48 anni che lavorava in Pakistan da 11 anni come general manager della Rajco Industries, fabbrica di articoli sportivi e abbigliamento a Sialkot, nel Punjab. Kumara è stato brutalmente torturato, picchiato a morte e il suo corpo bruciato pubblicamente su Wazirabad Road da una folla di centinaia di persone, dopo essere stato falsamente accusato di blasfemia per aver rimosso adesivi religiosi da un muro in vista di una normale pulizia e imbiancatura dello stabilimento. [21] In simili situazioni vi è spesso scarso ricorso effettivo alla magistratura o ad altre istituzioni statali, poiché giudici, avvocati e altri possono temere di diventare essi stessi bersagli qualora si pronuncino a favore dell’imputato.
Nemmeno le confessioni musulmane minoritarie sono al sicuro in Pakistan, il che riflette la natura più ampia del problema. Per esempio, la comunità ahmadiyya, dichiarata non musulmana dalla legge pakistana, ha anch’essa subito violenze, discriminazioni e persecuzioni in base a queste leggi sulla blasfemia. La repressione istituzionalizzata è arrivata al punto che perfino l’apparato statale contribuisce attivamente alla persecuzione; all’inizio del 2025 la polizia del Punjab ha sistematicamente fatto irruzione e demolito i minareti storici e i mehrab di luoghi di culto ahmadi vecchi di 120 anni in zone come Hamraj Pura e Kot Rehmat Khan per soddisfare i religiosi oltranzisti locali. [22]
Questi casi illustrano anche le devastanti conseguenze umane delle leggi pakistane sulla blasfemia, in base alle quali molte persone hanno perso la vita o sono rimaste in carcere a seguito di accuse. Molti hanno perso la vita a causa di accuse formulate in base a queste leggi. Solo nel 2019, almeno 84 persone sono state formalmente detenute in vari istituti di detenzione con l’accusa di blasfemia e almeno 29 di loro avevano ricevuto condanne a morte da tribunali di primo grado, secondo i dati documentati nel rapporto sulla libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato americano. [23]
Inoltre, se si esamina la rappresentanza degli indù nel parlamento nazionale pakistano, essa resta estremamente limitata. Benché le minoranze religiose dispongano di seggi riservati — nello specifico 10 seggi su 336 all’Assemblea nazionale — i loro rappresentanti sono generalmente designati dai principali partiti politici attraverso un sistema di liste con rappresentanza proporzionale, anziché eletti direttamente da collegi delle minoranze, il che ne limita la voce politica autonoma. Analogamente, la loro presenza nell’alta amministrazione civile, nella magistratura, nella polizia e nelle forze armate è minima. Anche là dove esiste una quota del 5 per cento riservata alle minoranze nell’impiego pubblico, migliaia di posti restano vacanti nei dipartimenti federali e provinciali, mentre un’ampia quota dei dipendenti appartenenti alle minoranze è concentrata nelle posizioni peggio retribuite, come i lavori municipali di pulizia e di spurgo manuale degli escrementi dei livelli da 1 a 4. Subiscono una discriminazione sistemica che ne limita assunzione e avanzamento. Oltre alle barriere istituzionali, incontrano anche una discriminazione sociale che ne restringe ulteriormente le opportunità.
Inoltre, fin dalla nascita, un bambino indù affronta varie forme di discriminazione, che vanno dall’accesso ai servizi di assistenza all’infanzia e all’istruzione fino alle opportunità lavorative nella vita adulta. Queste disuguaglianze li pongono in svantaggio fin dall’inizio, rendendo loro difficile competere ad armi pari nella società. Operano da una posizione strutturalmente debole, il che costituisce di per sé una grave forma di discriminazione.
Anche quando le opportunità esistono, spesso manca loro il sostegno sociale, economico e istituzionale necessario per competere lealmente. La marginalizzazione sistematica ha lasciato molti a vivere in uno stato di paura e insicurezza costanti. Le loro condizioni di vita sono spesso estremamente precarie. Ciò appare evidente in molte località indù, dove condizioni abitative inadeguate restano la norma. In distretti rurali come Tharparkar — dove si concentra una quota enorme della popolazione indù del Pakistan — la carenza di infrastrutture pubbliche di base è drammatica; oltre il 90 per cento delle acque sotterranee locali è salmastro, altamente salino e inadatto al consumo umano secondo gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità (World Health Organization, WHO). [24] Molti non hanno inoltre accesso a beni essenziali come acqua potabile sicura, assistenza sanitaria, servizi igienici e altri servizi pubblici fondamentali.
La politica dell’alterità e le narrazioni anti-indù
Esiste un sistema che perpetua questa discriminazione, che coinvolge varie istituzioni e la società stessa. Il sentimento anti-indù coltivato dall’establishment militare pakistano fin dalla nascita del Paese lo ha aiutato a mantenere la propria influenza e il proprio potere. La costruzione degli indù come «altro» è diventata un progetto strategico dell’establishment militare pakistano, con il sentimento anti-indù a fungere da fattore unificante.
Questo sentimento si è diffuso nelle istituzioni e nella società attraverso istruzione e socializzazione, con governi e istituzioni che lo hanno rafforzato nel tempo. Per esempio, di recente il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Asim Munir, ha esplicitamente richiamato questa narrazione affermando che musulmani e indù restano distinti nella religione, nelle usanze e nelle ambizioni. Poiché il Pakistan è nato sulla base della Teoria delle due nazioni — secondo cui indù e musulmani sono nazioni distinte che non possono convivere — gli atteggiamenti anti-indù si sono profondamente radicati nelle fondamenta ideologiche dello Stato pakistano. [25]
Il sentimento anti-indù si è inoltre spesso tradotto in sentimento anti-India, e viceversa. Fin dalle sue origini, l’identità nazionale pakistana è stata in larga misura definita in opposizione all’India, facendo dell’ostilità verso gli indù un tratto ricorrente della sua narrazione politica. L’esercito pakistano si è costantemente appoggiato a questa narrazione dal 1947, usandola per rafforzare la propria legittimità nella società. Gli indù in Pakistan portano inoltre il peso aggiuntivo di essere associati all’India, percepita come il principale avversario del Pakistan. Ciò intensifica ulteriormente il pregiudizio nei loro confronti e rafforza narrazioni che contribuiscono alla radicalizzazione contro l’India.
Questa mentalità si è riflessa anche in una recente dichiarazione del presidente pakistano Asif Ali Zardari. Riferendosi alla minoranza indù del Pakistan, ha affermato: «Noi siamo musulmani. Loro non lo sono. Ma noi siamo musulmani di quella mentalità per cui tolleriamo il 3-4 per cento di popolazione indù. Sono liberi, stanno bene come starebbero in qualunque altro posto in cui siano stati. [26] Preferirebbero stare con noi piuttosto che con loro». Un linguaggio simile è significativo perché descrivere gli indù come una popolazione che i musulmani «tollerano» colloca la maggioranza nella posizione di chi permette o sopporta la presenza della minoranza, anziché riconoscerla semplicemente come composta da cittadini uguali.
Inoltre, secondo molti critici, il nesso militari–mullah ha alimentato narrazioni panislamiche, compresi i riferimenti alla Ghazwa-e-Hind da parte di alcuni gruppi estremisti e religiosi. All’interno di tali narrazioni, gruppi e reti estremiste presentano l’India come l’avversario principale attraverso prediche e pubblicazioni, inclusi appelli simbolici a issare la propria bandiera sul Lal Qila di Delhi. In questi quadri, il sentimento anti-indù serve da strumento per rafforzare la polarizzazione religiosa, emarginare le comunità minoritarie e alimentare le narrazioni estremiste. [27]
Istruzione, indottrinamento ideologico e normalizzazione dell’odio
Il sistema educativo pakistano perpetua l’odio contro gli indù. Fin dall’inizio, da quando un bambino nasce e avvia il processo di socializzazione, è esposto a narrazioni e atteggiamenti che contribuiscono alla costruzione dell’indù come «altro». Vi è quindi un processo costante di alterizzazione fin dalla più tenera età. I testi di storia e gli altri manuali scolastici presentano i contenuti in modi che rafforzano ripetutamente l’odio verso gli indù.
Per esempio, citazioni dai libri di testo — come una lezione di urdu della quinta classe che afferma: «Un indù è sempre stato un nemico dell’islam», e un testo di studi sociali della quarta classe che dichiara: «La religione degli indù non ha insegnato loro cose buone» — illustrano questo pregiudizio. [28] Gli osservatori internazionali dei diritti hanno costantemente documentato queste narrazioni, evidenziando come i programmi scolastici statali presentino abitualmente la cultura indù come intrinsecamente oppressiva e ostile. Vi sono molti altri esempi simili in cui gli indù compaiono ripetutamente come malvagi e come persone a cui occorre dare una lezione.
Per esempio, le figure storiche che invasero l’India, ne saccheggiarono le ricchezze e ne distrussero i templi sono celebrate come eroi in Pakistan. Muhammad Ghori, che attaccò l’India e ne depredò le ricchezze, è celebrato come un eroe. Analogamente, Mahmud di Ghazni, che attaccò e saccheggiò il famoso tempio di Somnath, è anch’egli celebrato come un eroe. [29] Così, molte figure considerate in India invasori responsabili del saccheggio delle ricchezze del Paese, della distruzione del suo patrimonio culturale e dell’attacco alle sue città vengono invece glorificate in Pakistan. Questo revisionismo si estende ai testi di storia moderna, che riducono sistematicamente la variegata identità storica della regione a una contrapposizione binaria di conflitto religioso, facendo sì che queste figure storiche appaiano esclusivamente come campioni della fede anziché come conquistatori politici.
Il Pakistan ha anche intitolato alcuni dei suoi sistemi d’arma, inclusi i missili, a questi invasori storici. Per esempio, il suo arsenale di missili balistici strategici comprende le serie Ghauri, Ghaznavi e Abdali, denominate specificamente in onore di Muhammad di Ghor, Mahmud di Ghazni e Ahmad Shah Abdali, perpetuando così una costante ostilità psicologica verso l’India. [30] In un simile ambiente educativo, i bambini crescono con queste narrazioni, che alimentano intolleranza e sentimento anti-India. Un esame oggettivo dei manuali scolastici pakistani rende più facile capire perché tali atteggiamenti si siano sviluppati.
Rajiv Thakur, coordinatore del Seva Welfare Trust Pakistan, afferma in proposito: «Quando promuovi l’odio nelle scuole, il risultato è la creazione di odio a livello sociale. E questo tipo di mentalità permea poi l’intera società». [31]
La complessità della situazione in Pakistan può essere illustrata anche da un altro esempio. Un video su TikTok mostrava un bambino di circa quattro o cinque anni che avvertiva il primo ministro Imran Khan che, se avesse permesso di proseguire la costruzione del tempio di Islamabad, lui avrebbe ucciso un indù, perché riteneva che fosse suo dovere. Un bambino ancora più piccolo esultava sullo sfondo, mentre il padre entrava nell’inquadratura sorridendo e ripeteva le minacce del figlio contro gli indù pakistani. L’episodio illustra come l’odio anti-indù possa radicarsi profondamente e normalizzarsi in settori della società, trasmettendosi di generazione in generazione attraverso la famiglia e la socializzazione. [32] Invece di scoraggiare tale comportamento, il padre lo rafforzava apertamente, inducendo il bambino a credere che l’odio e persino la violenza contro gli indù fossero moralmente e religiosamente giustificati. In un simile ambiente, questi atteggiamenti si normalizzano fin dalla prima infanzia, lasciando poco spazio per contestarli o correggerli e perpetuando l’intolleranza attraverso le generazioni.
In secondo luogo, esiste una vasta rete di madrase che, secondo molti critici, promuove radicalizzazione e sentimento anti-India. È qui che l’indottrinamento ideologico viene spesso completato. Attraverso interpretazioni selettive dei testi islamici, alcuni elementi estremisti predicano violenza e jihad per perseguire i propri obiettivi. Il Pakistan conta quasi 40.000 madrase e in alcune aree esse superano di numero le scuole pubbliche, in particolare nel Punjab meridionale e nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. [33]
Secondo questi critici, gli insegnamenti religiosi vengono manipolati per radicalizzare gli studenti, e alcune madrase funzionano come centri di indottrinamento contro indù, cristiani, ebrei e altre minoranze religiose. Anche i religiosi svolgono un ruolo influente in questo processo. Usano un linguaggio emotivo, glorificano la violenza e parlano delle ricompense nell’aldilà, convincendo i fedeli che la felicità ultima risieda lì e, in alcune narrazioni estremiste, presentando la violenza contro gli indù come un dovere religioso.
Anche figure del terrorismo hanno contribuito a questo clima. Per esempio, secondo il rapporto sulla libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato americano, Hafiz Saeed, fondatore di Lashkar-e-Taiba, ha pubblicamente minacciato ebrei e indù e ha invocato una guerra santa contro di loro durante un grande raduno a Lahore. [34] Dichiarazioni del genere, ampiamente diffuse attraverso reti organizzative come Jamaat-ud-Dawa, contribuiscono a normalizzare l’odio, portando molti a credere che la discriminazione contro le minoranze sia moralmente giustificata.
La normalizzazione ha un forte effetto sulle istituzioni e sulla società stessa. Chi discrimina o commette violenza contro gli indù considera spesso le proprie azioni un comportamento normale e non crede di fare nulla di male. Al contrario, ritiene che le proprie azioni godano di sanzione religiosa e legittimità morale. Queste narrazioni, propagate da religiosi estremisti e rafforzate attraverso la socializzazione, si manifestano in discriminazioni e violenze. Col tempo, questi fattori si combinano creando un sistema di valori sociali escludente, che normalizza l’odio verso gli indù e fa apparire socialmente accettabile un simile comportamento.
Vulnerabilità sistemica delle donne e delle ragazze indù in Pakistan
Gli indù subiscono inoltre un’oppressione sistemica attraverso matrimoni e conversioni religiose forzati. Molte donne e ragazze avrebbero subito rapimenti, conversioni forzate e matrimoni contro la propria volontà. Le loro fragili condizioni socio-economiche le rendono bersagli facili di sfruttamento. Numerosi casi segnalati dimostrano come giovani ragazze indù siano state rapite e costrette al matrimonio, con alcune che avrebbero subito anche sfruttamento sessuale.
Ogni anno, in Pakistan, circa 1.000 ragazze indù e cristiane verrebbero rapite e convertite all’islam. In molti casi, la violenza sessuale e lo stupro sono usati come strumenti di potere e dominio. [35] Diverse ONG internazionali hanno documentato tali casi e messo in luce i matrimoni forzati di queste ragazze. Povertà, vulnerabilità sociale e pregiudizio religioso aumentano ulteriormente i rischi che molte famiglie indù corrono.
Secondo un rapporto della Pakistan National Commission for Human Rights (NCHR), Commissione nazionale pakistana per i diritti umani, questi casi non rappresentano episodi isolati, ma fanno parte di uno schema ricorrente in cui gli autori costringono ragazze indù vulnerabili ad abbracciare l’islam e a sposare uomini musulmani senza il loro libero e informato consenso.. Il rapporto osserva inoltre che la maggior parte delle vittime sono giovani ragazze indù delle aree rurali del Sindh e del Punjab meridionale, dove povertà, esclusione sociale e accesso limitato all’istruzione le rendono particolarmente vulnerabili.
Il rapporto individua l’«adescamento sessuale a movente ideologico» come uno dei principali fattori alla base di questi casi. Gli autori prendono deliberatamente di mira ragazze vulnerabili, alle prese con povertà, instabilità familiare o discriminazione sociale, attraverso manipolazione emotiva, false promesse di protezione o dichiarazioni d’amore. [36]
La Commissione ha espresso serie preoccupazioni per il crescente schema della «conversione forzata attraverso il matrimonio» (FCM). Inoltre, quando i genitori o altri familiari si rivolgono alla polizia per presentare denuncia, spesso i casi non vengono registrati. In molte circostanze, tali conversioni e matrimoni vengono persino celebrati da settori della società. [37]
Quando le vittime cercano giustizia, le autorità di polizia attribuiscono spesso un peso notevole ai certificati di conversione e ai nikahnama, il che può portare le autorità a perdonare o proteggere i presunti rapitori. In molti casi, autorità e altri presentano gli episodi come «matrimoni d’amore», consentendo ai responsabili di sottrarsi alle proprie responsabilità. [38] Vi sono stati anche casi in cui religiosi hanno emesso pronunciamenti a sostegno della restituzione delle ragazze proprio a coloro che erano accusati di averle rapite o violentate.
Per esempio, nel febbraio 2023 la quattordicenne Meena Bhatt, ragazza indù minorenne, sarebbe stata rapita da Syed Salim Shah, Mukhtiyar Shah, Aziz Rehman e altri. Suo padre, un povero lavoratore, ha presentato un First Information Report (FIR) alla polizia per sequestro di persona. Poiché il Sindh Child Marriages Restraint Act vieta il matrimonio di persone al di sotto dei 18 anni, il tribunale ha disposto un test per l’accertamento dell’età. Benché la famiglia avesse prodotto documenti scolastici che indicavano esplicitamente che Meena era nata il 1° gennaio 2009, il tribunale non si è convinto. [39] La commissione medica nominata dal tribunale ha stimato la sua età tra 17 e 18 anni, prevalendo sulla documentazione cartacea. Su tale base, il tribunale ha disposto che Meena fosse consegnata al suo presunto rapitore.
L’intreccio tra estremismo religioso e sfruttamento feudale
Inoltre, ogniqualvolta si è tentato di introdurre leggi per affrontare questi problemi, settori della popolazione locale vi si sono spesso opposti. Per esempio, il governo del Sindh, dove risiede la maggior parte della popolazione indù pakistana, ha tentato due volte di mettere al bando conversioni e matrimoni forzati introducendo linee guida per il procedimento giudiziario attraverso il Protection of Minorities Bill. Il disegno di legge proponeva di fissare a 18 anni l’età minima per le conversioni religiose e mirava a rafforzare le garanzie del giusto processo.
Nel 2016 il disegno di legge fu approvato all’unanimità dall’Assemblea del Sindh. Tuttavia, i partiti religiosi obiettarono al limite d’età proposto per le conversioni e minacciarono di assediare l’assemblea qualora il testo avesse ricevuto l’approvazione del governatore. Di conseguenza, il governatore rifiutò di firmarlo trasformandolo in legge.
Nel 2019 il governo presentò una versione rivista del disegno di legge, ma i partiti religiosi organizzarono nuovamente proteste. Pir Mian Abdul Khaliq (Mian Mithu), leader politico e religioso associato a numerosi casi di presunta conversione forzata di ragazze indù minorenni nel Sindh, guidò un sit-in. Lui e i suoi sostenitori sostenevano che le ragazze non fossero costrette, ma si fossero convertite volontariamente all’islam dopo essersi innamorate di uomini musulmani. [40]
Come hanno affermato esperti delle Nazioni Unite, «le ragazze cristiane e indù restano particolarmente vulnerabili alla conversione religiosa forzata, al rapimento, alla tratta, al matrimonio infantile, precoce e forzato, alla servitù domestica e alla violenza sessuale». [41]
Esperti delle Nazioni Unite hanno inoltre esortato con forza le autorità pakistane ad adottare misure efficaci per affrontare questi problemi. [42]
«Le autorità pakistane devono promulgare e applicare rigorosamente leggi che garantiscano che i matrimoni siano contratti soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi, e che l’età minima per il matrimonio sia innalzata a 18 anni, anche per le ragazze», hanno dichiarato gli esperti, aggiungendo che tutte le «donne e ragazze devono essere trattate senza discriminazioni, comprese quelle appartenenti alle comunità cristiana e indù».
Il Pakistan è stato criticato per non aver pienamente rispettato i propri obblighi internazionali, previsti da trattati come l’International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR) e la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW), di proteggere le donne e le ragazze non musulmane dallo sfruttamento da parte di gruppi potenti ed elementi criminali. [43]
Il problema, peraltro, va oltre l’uso della religione come strumento contro le minoranze; anche la natura stessa della società plasma il modo in cui le minoranze sperimentano discriminazione e sfruttamento. Il Pakistan continua a conservare una struttura sociale profondamente feudale e i valori, gli atteggiamenti e i rapporti di potere associati a questo sistema influenzano in misura significativa il trattamento delle comunità vulnerabili. Molti indù sono impiegati come lavoratori vincolati da grandi latifondisti feudali, che spesso li sfruttano e li tengono intrappolati per tutta la vita in condizioni assimilabili alla schiavitù moderna. Numerosi gruppi della società civile e ONG hanno lavorato per liberare queste persone. Tuttavia, data la struttura profondamente feudale della società, è spesso difficile persuadere i detentori del potere locale o ottenere giustizia per le vittime.
In molti casi, attori potenti si impossessano con la forza anche delle loro terre, lasciando alle vittime scarsi o nulli strumenti legali per recuperarle. Il Pakistan continua a conservare forti caratteristiche feudali e questi valori feudali creano ulteriori difficoltà per le minoranze indù. Quando tali pratiche feudali si combinano con l’estremismo religioso, generano un ambiente particolarmente oppressivo per le minoranze religiose.
Per esempio, una famiglia ha raccontato come «l’intera famiglia avesse deciso di convertirsi all’islam quando Naeem, il religioso, si era offerto di liberarla dal lavoro vincolato in cui era intrappolata, vivendo e lavorando come servi a contratto a causa di un debito non pagato. Ali proviene originariamente dalla casta Bheel, una delle caste più basse dell’induismo». [44] Questo caso illustra come vulnerabilità economica e pressione religiosa possano intrecciarsi, specie in aree dove il lavoro vincolato e rapporti di potere diseguali restano profondamente radicati.
Strumentalizzare le narrazioni sulle minoranze ignorando le realtà interne
Il Pakistan si impegna anche in un’ampia attività di propaganda ogni volta che all’estero si verificano episodi che coinvolgono questioni religiose. Commenta di frequente il trattamento delle minoranze religiose e lo stato delle istituzioni e del patrimonio religioso in altri Paesi, usando tali narrazioni per perseguire i propri obiettivi politici e strategici più ampi. Raramente, però, riconosce la distruzione sistematica del patrimonio culturale e religioso indù all’interno del Pakistan o i mutamenti demografici ivi avvenuti.
Inoltre, tali narrazioni possono contribuire alla radicalizzazione interna al Pakistan. Le affermazioni secondo cui i musulmani sarebbero maltrattati o il loro patrimonio religioso sarebbe minacciato in altri Paesi, in particolare in India, vengono spesso usate da elementi radicali per rafforzare rivendicazioni religiose e ostilità verso avversari esterni percepiti. I leader pakistani hanno ripetutamente sollevato questioni relative alle minoranze nei consessi internazionali, facendone parte di una più ampia narrazione politica e diplomatica. Allo stesso tempo, le persistenti preoccupazioni riguardo ai diritti e alla sicurezza delle minoranze religiose dello stesso Pakistan restano in larga misura irrisolte. [45]
Il Pakistan invoca inoltre spesso le narrazioni del vittimismo e dell’islamofobia ogni volta che vengono sollevate accuse sul trattamento delle sue minoranze religiose. [46] Ha fatto frequentemente ricorso a queste narrazioni nei consessi internazionali, in particolare attraverso le Nazioni Unite e l’Organizzazione per la cooperazione islamica (Organization of Islamic Cooperation, OIC), per spostare l’attenzione sulla condizione dei musulmani nel mondo e deviare le critiche sul proprio operato nella protezione delle minoranze religiose. [47] Presentandosi come un paladino di primo piano nella lotta all’islamofobia, il Pakistan ha cercato di mettersi al riparo dalla responsabilità di affrontare le difficoltà persistenti delle proprie minoranze religiose.
Anche i media pakistani hanno svolto un ruolo significativo nel plasmare narrazioni vittimistiche e percezioni negative delle minoranze. Attraverso una copertura selettiva, propaganda e una costruzione narrativa costante, settori dei media hanno contribuito a rafforzare i pregiudizi religiosi e a normalizzare l’ostilità verso gli indù nella società pakistana. Le principali reti televisive e i giornali in lingua locale dedicano spesso ampio spazio alle dispute religiose fuori dal Pakistan, mentre un’attenzione comparativamente limitata viene riservata ai rapimenti e alle conversioni forzate di ragazze appartenenti alle minoranze in patria. Inoltre, alcuni media di intrattenimento e produzioni patriottiche hanno rappresentato personaggi indù attraverso stereotipi negativi, alimentando percezioni di sospetto e sfiducia. Tali narrazioni possono emarginare ulteriormente la minoranza indù locale e offuscare la distinzione tra i cittadini indù del Pakistan e gli sviluppi politici oltre i suoi confini.
Benché alcuni leader pakistani abbiano, talvolta, riconosciuto il maltrattamento delle minoranze, raramente ne sono seguite azioni concrete. Per esempio, il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha esplicitamente dichiarato nell’aula dell’Assemblea nazionale che le minoranze subiscono «violenza mirata nel nome della religione» e che nessuna minoranza religiosa è al sicuro, riconoscendolo come motivo di imbarazzo a livello globale. [48]
La persistenza della neo-dhimmitudine e la necessità di una riforma strutturale
Il Pakistan critica di frequente altri Paesi ogniqualvolta si verificano attacchi a luoghi di culto o emergono questioni riguardanti le minoranze religiose. Se le preoccupazioni sul trattamento delle minoranze religiose altrove sono legittime, lo stesso principio di protezione delle minoranze deve valere anche per l’operato dello stesso Pakistan. La distruzione sistematica del patrimonio culturale e religioso indù, la discriminazione perdurante contro le minoranze religiose e le ripetute preoccupazioni sollevate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani pongono seri interrogativi sulla protezione accordata alla minoranza indù del Pakistan.
Le esperienze storiche delle comunità cristiane sotto dominio musulmano forniscono anche un contesto più ampio per comprendere come le minoranze religiose possano diventare vulnerabili a coercizione, conversione forzata, deportazione, violenza e all’erosione delle proprie istituzioni religiose e culturali. Il devshirme ottomano, che comportava il reclutamento e la conversione forzati di ragazzi cristiani, e la conversione e assimilazione forzate di donne e bambini armeni durante il genocidio armeno del 1915–16 offrono esempi storici specifici. Queste esperienze non erano identiche alla condizione degli indù nel Pakistan contemporaneo, ma illustrano come discriminazione prolungata, coercizione e altre forme di pressione possano indebolire nel tempo l’identità religiosa e le istituzioni comunitarie.
L’insieme delle prove presentate in questo saggio suggerisce che questi schemi di lungo periodo costituiscano una forma contemporanea di neo-dhimmitudine, caratterizzata da discriminazione istituzionale, esclusione sociale e progressiva erosione dei diritti, dell’identità e della dignità della minoranza indù del Pakistan. Il Pakistan deve andare oltre la retorica e intraprendere autentiche riforme strutturali, garantendo pari diritti e pari protezione a tutti i cittadini indipendentemente dalla religione, applicando efficacemente le garanzie costituzionali, riformando il proprio sistema educativo per eliminare odio e intolleranza, smantellando le narrazioni estremiste e proteggendo il patrimonio culturale e religioso delle sue minoranze. Se questi problemi strutturali non verranno affrontati, la radicalizzazione e l’odio diretti contro le minoranze religiose non solo continueranno a mettere in pericolo quelle comunità, ma rappresenteranno una minaccia crescente per la coesione sociale, la stabilità regionale e la sicurezza di lungo periodo dello stesso Pakistan.
Note
[1] Bat Ye'or, The Dhimmi: Jews & Christians Under Islam, trad. David Maisel, prefazione di Jacques Ellul (Madison, NJ: Fairleigh Dickinson University Press, 1985).
[2] Bat Ye'or, The Decline of Eastern Christianity under Islam: From Jihad to Dhimmitude, Seventh–Twentieth Century, trad. Miriam Kochan e David Littman (Madison, NJ: Fairleigh Dickinson University Press, 1996).
[3] Anver M. Emon, Religious Pluralism and Islamic Law: Dhimmis and Others in the Empire of Law (Oxford: Oxford University Press, 2012).
[4] Minority Rights Group International, «Hindus in Pakistan», aggiornato a dicembre 2025, https://minorityrights.org/communities/hindus-2/ .
[5] Shahzeb Jillani, «The Search for Jinnah's Vision of Pakistan», BBC News, 11 settembre 2013, https://www.bbc.com/news/world-asia-24034873 .
[6] Muhammad Ali Jinnah, «Muhammad Ali Jinnah's Presidential Address to the 1st Constituent Assembly of Pakistan (August 11, 1947)», Mahbub ul Haq Research Centre, Lahore University of Management Sciences, 14 agosto 2023, https://mhrc.lums.edu.pk/muhammad-ali-jinnahs-presidential-address-to-the-1st-constituent-assembly-of-pakistan-august-11-1947 .
[7] Ibid.
[8] «Pak Army Ad Reserves Sanitation Jobs for ‘Non-Muslims Only,' Sparks Row», Times of India, 1° settembre 2018, https://timesofindia.indiatimes.com/world/pakistan/pak-army-ad-reserves-sanitation-jobs-for-non-muslims-only-sparks-row/articleshow/65639476.cms .
[9] Salman Ahmed Shaikh, Making the System of Zakat More Effective and Impactful for Social Protection, Policy Brief PB-2023-XXII-AT (Islamabad: Institute of Policy Studies, 7 agosto 2023), https://www.ips.org.pk/wp-content/uploads/2023/08/22-Making-the-System-of-Zakat-more-Effective-and-Impactful.pdf . ( ips.org.pk )
[10] I. A. Rehman, Discrimination against Religious Minorities in Pakistan: An Analysis of Federal and Provincial Laws (All-Party Parliamentary Group for International Freedom of Religion or Belief, 2011), https://appgfreedomofreligionorbelief.org/media/RESEARCH-DOCUMENT-1-discrimination-against-religious-minorities.-Analysis.pdf .
[11] Ibid.
[12] Zahid Gishkori, «95% of Worship Places Put to Commercial Use: Survey», The Express Tribune, 25 marzo 2014, https://tribune.com.pk/story/686952/95-of-worship-places-put-to-commercial-use-survey .
[13] Kalbe Ali, «Hindus' Holy Sites a Picture of Neglect, Says Commission», Dawn, 8 febbraio 2021, https://www.dawn.com/news/1606143 .
[14] Arjun Kumar, «Multan's Lost Prahladpuri Temple: Tracing Holi's Origins and a City's Hindu Past», Firstpost, 8 marzo 2026, https://www.firstpost.com/opinion/multan-prahladpuri-temple-holi-origins-hindu-heritage-13987317.html .
[15] Harpreet Bajwa, «125-Year-Old Gurdwara Demolished in Pakistan; MEA Condemns Act, Sikh Groups Seek Intervention», The New Indian Express, 2 luglio 2026, https://www.newindianexpress.com/world/2026/Jul/02/125-year-old-gurdwara-demolished-in-pakistan-mea-condemns-act-sikh-groups-seek-intervention .
[16] Maria Abi-Habib, «Islamists Block Construction of First Hindu Temple in Islamabad», New York Times, 8 luglio 2020, https://www.nytimes.com/2020/07/08/world/asia/hindu-temple-islamabad-islamists-pakistan.html .
[17] Governo dell'India, Ministero degli Interni, «Pilgrimage to Sri Kartarpur Sahib», consultato il 17 settembre 2026, https://prakashpurb550.mha.gov.in/kpr/ .
[18] Avinash Kateel, «Pakistani Extremists Prevent Lahore from Returning to Original Hindu, Sikh Names», India Today, 26 maggio 2026, https://www.indiatoday.in/world/story/pakistan-news-maryam-nawaz-sharif-lahore-land-renaming-extreme-elements-backlash-2917460-2026-05-26 .
[19] Mohammad Hussain Khan, «‘Ghotki Attacks on Hindu Community Conspiracy to Foment Communal Unrest,' Probe Finds», Dawn, 28 settembre 2019, https://www.dawn.com/news/1507673 .
[20] «Pakistan ‘Disco Mullah' Faces Blasphemy Probe», Al Jazeera, 4 dicembre 2014, https://www.aljazeera.com/news/2014/12/4/pakistan-disco-mullah-faces-blasphemy-probe .
[21] Mubasher Bukhari e Asif Shahzad, «Lynching of Sri Lankan Manager by Pakistani Mob Was Anti-Islam, Court Says», Reuters, 19 aprile 2022, https://www.reuters.com/world/asia-pacific/lynching-sri-lankan-manager-by-pakistani-mob-was-anti-islam-court-2022-04-19/ .
[22] Press Trust of India, «Police Demolish Minarets of Ahmadi Worship Places in Pakistan's Punjab Province», The Hindu, 11 aprile 2025, https://www.thehindu.com/news/international/police-demolish-minarets-of-ahmadi-worship-places-in-pakistans-punjab-province/article69440706.ece . ( theweek.in )
[23] Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 2019 Report on International Religious Freedom: Pakistan (Washington, DC: U.S. Department of State, 2020).
[24] Rabia Azfar Nizami, «The Plight of Water-Scarce Tharparkar», The Express Tribune, 6 giugno 2021, https://tribune.com.pk/story/2303833/the-plight-of-water-scarce-tharparkar .
[25] Press Trust of India, «Pak Army Chief Gen Munir Highlights Two-Nation Theory Again», The New Indian Express, 26 aprile 2025, https://www.newindianexpress.com/world/2025/Apr/26/pak-army-chief-gen-munir-highlights-two-nation-theory-again-2 . ( newindianexpress.com )
[26] «‘We Tolerate 4% Hindus': Zardari's Comment Exposes Pakistan's Troubled Minority Record», Firstpost, 14 agosto 2026, https://www.firstpost.com/world/we-tolerate-4-hindus-zardaris-comment-exposes-pakistans-troubled-minority-record-14038478.html .
[27] Adil Rasheed, «The Irreligious, Inauthentic Narrative of ‘Ghazwa-e-Hind'», Issue Brief, Manohar Parrikar Institute for Defence Studies and Analyses, 18 agosto 2023, https://policycommons.net/artifacts/4773131/the-irreligious-inauthentic-narrative-of-ghazwa-e-hind/5609361/ .
[28] U.S. Commission on International Religious Freedom, Teaching Intolerance in Pakistan: Religious Bias in Public School Textbooks (Washington, DC: U.S. Commission on International Religious Freedom, 2016), https://www.uscirf.gov/publications/teaching-intolerance-pakistan-religious-bias-public-school-textbooks .
[29] NDTV News Desk, «How Gujarat's Somnath Temple Was Attacked and Rebuilt Over Centuries», NDTV, 11 gennaio 2026, https://www.ndtv.com/india-news/how-gujarats-somnath-temple-was-attacked-and-rebuilt-over-centuries-10652527 .
[30] Bhumi Jain, «When Pakistan Names Its Missiles after Invaders of Its Own Land, It's Rewriting History for War», Moneycontrol, 8 luglio 2025, https://www.moneycontrol.com/news/opinion/when-pakistan-names-its-missiles-after-invaders-of-its-own-land-it-s-rewriting-history-for-war-13241061.html .
[31] Shiraz Hassan, «Hindu Citizens Looking for Jinnah's Pakistan», Dawn, 26 ottobre 2014, https://www.dawn.com/news/1140459 .
[32] Haroon Khalid, «Putting the Attacks on Islamabad's First Hindu Temple in Context», Al Jazeera, 23 luglio 2020, https://www.aljazeera.com/opinions/2020/7/23/putting-the-attacks-on-islamabads-first-hindu-temple-in-context .
[33] Peter Jacob, a cura di, Quality Education vs. Fanatic Literacy: An Analysis of Textbooks, Curriculum and Policies in Pakistan (Lahore: Centre for Social Justice, 2020), https://csjpak.org/publications/Quality_Education_Vs_Fanatic_Literacy.pdf .
[34] Bill Roggio, «Lashkar-e-Taiba Dominates Anti-US Rally in Lahore», FDD's Long War Journal, 18 dicembre 2011, https://www.longwarjournal.org/archives/2011/12/lashkar-e-taiba_dominates_anti.php .
[35] Mike Thomson, «Abducted, Shackled and Forced to Marry at 12», BBC News, 10 marzo 2021, https://www.bbc.com/news/stories-56337182 .
[36] Yudhvir Rana, «Forced Conversions, a Growing Threat to Pak's Hindu Girls: Rights Body», Times of India, 11 luglio 2026, https://timesofindia.indiatimes.com/city/chandigarh/forced-conversions-a-growing-threat-to-paks-hindu-girls-rights-body/articleshow/132319480.cms .
[37] Ibid.
[38] Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, «UN Experts Concerned by Forced Conversion through Marriage in Pakistan», aprile 2026, https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/04/un-experts-concerned-forced-conversion-through-marriage-pakistan .
[39] «Minor Hindu Girl Meena Bhatt (14) Declared ‘Adult' by Medical Board, Handed Over to Her Abductor: Sindh, Pakistan», Vishwa Hindu Parishad–Thailand, 27 febbraio 2023, https://vhpthailand.org/2023/02/27/minor-hindu-girl-meena-bhatt-14-declared-adult-by-medical-board-handed-over-to-her-abductor-sindh-pakistan/ .
[40] The Newspaper's Staff Reporter, «Sindh Assembly Urged to Reject Forced Conversion Bill», Dawn, 30 aprile 2019, https://www.dawn.com/news/1479291 .
[41] Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, «Pakistan: UN Experts Alarmed by Lack of Protection for Minority Girls from Forced Religious Conversions and Forced Marriage», 11 aprile 2024, https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/04/pakistan-un-experts-alarmed-lack-protection-minority-girls-forced-religious .
[42] Ibid.
[43] International Commission of Jurists, Violations of the Right to Freedom of Religion or Belief in Pakistan: A Briefing Paper (Ginevra: International Commission of Jurists, luglio 2021), https://www.icj.org/wp-content/uploads/2021/07/Pakistan-FoRB-Advocacy-Analysis-biref-2021-ENG.pdf .
[44] Maria Abi-Habib e Zia ur-Rehman, «Poor and Desperate, Pakistani Hindus Accept Islam to Get By», New York Times, 4 agosto 2020, https://www.nytimes.com/2020/08/04/world/asia/pakistan-hindu-conversion.html .
[45] Stephanie Kramer, «Population Growth and Religious Composition», in Religious Composition of India, Pew Research Center, 21 settembre 2021, https://www.pewresearch.org/religion/2021/09/21/population-growth-and-religious-composition/ .
[46] Kashif Imran, «At UN, Pakistan Urges Resolute Global Action against Rising Islamophobia», Arab News Pakistan, 19 giugno 2026, https://www.arabnews.pk/pakistan/at-un-pakistan-urges-resolute-global-action-against-rising-islamophobia-2647781 .
[47] Ashali Varma, «Pakistan's Religious Card Will Implode It», Times of India, 27 ottobre 2021, https://timesofindia.indiatimes.com/blogs/no-free-lunch/pakistans-religious-card-will-implode-it/ .
[48] Genocide Watch, «Pakistan Minister Admits Minorities Face Persistent Violence», 19 settembre 2024, aggiornato il 23 settembre 2024, https://www.genocidewatch.com/single-post/pakistan-defence-minister-admits-minorities-hindus-sikhs-smaller-muslim-sects-face-persistent .
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