La battaglia interna all'Iran sulle proteste di piazza a Teheran
Gli oltranzisti più conservatori temono che il regime stia perdendo la sua impronta islamica.

Durante l’operazione Epic Fury, la Repubblica islamica ha incoraggiato i propri sostenitori a radunarsi di notte nelle strade per esibire forza e presidiare gli spazi pubblici contro i manifestanti anti-regime. Gli elementi più estremisti del regime si sono appropriati di quella mobilitazione e non intendono mollare. A mesi di distanza, le manifestazioni notturne continuano e ora denunciano i funzionari del regime per lo scarso fervore, aprendo una frattura all’interno dello stesso apparato.
Questi manifestanti sono in larga parte legati al Fronte Paydari (Paydari Front), guidato dall’oltranzista, ex negoziatore nucleare Saeed Jalili, popolare presso alcuni segmenti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). Tra gli oratori figurano regolarmente ex funzionari dell’amministrazione del defunto presidente Ibrahim Raisi. Raisi ha assunto un’aura quasi mitica tra i dimostranti. Gli oratori rievocano episodi del breve mandato dell’ex presidente per esaltarlo come un leader saggio, virtuoso e risoluto, in contrapposizione agli attuali decisori che, a loro giudizio, svendono la Repubblica islamica accettando prima il Memorandum d’intesa e poi adagiandosi sull’attuale equilibrio instabile, invece di proseguire apertamente la guerra.
Il bersaglio più ricorrente dei manifestanti è l’ex presidente Hassan Rouhani. Ai raduni la gente lo copre d’insulti, arrivando a esibire cartelli che lo definiscono Satana. La rabbia nasce dal fatto che Rouhani si è fatto paladino dell’accordo nucleare del 2015, il Piano d’azione congiunto globale, e ha sostenuto la necessità di porre fine alla guerra e di riorientare il regime in modo da affrontare le preoccupazioni quotidiane degli iraniani.
Poco dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco sono cominciate le richieste di interrompere le manifestazioni. Ma figure chiave del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica hanno difeso le proteste. Il comandante di Teheran ha sostanzialmente affermato che continueranno se la gente vorrà presentarsi.
Nour News, vicino all’establishment della politica di sicurezza, ha pubblicato un articolo intitolato «Come esiliare l’“imperativo nazionale” dalla strada al marciapiede», riferendosi alle manifestazioni. Sosteneva che la difesa è un «imperativo nazionale» e che i campi di battaglia militare, diplomatico e sociale costituiscono i tre lati del triangolo della difesa. «L’esperienza delle ultime due guerre ha mostrato che missili e sistemi di difesa non impongono deterrenza senza il sostegno della società», affermava l’editoriale, ma gli eventi notturni in corso si sono trasformati in «regolamenti di conti politici», erodendo la coesione.
Il disaccordo non riguarda le manifestazioni, ma ciò a cui assomigliano. Il Fronte Paydari crede nella «guerra fino alla vittoria», che significa il collasso di Israele e il ritiro delle forze statunitensi dalla regione. L’establishment comprende che l’equilibrio attuale favorisce l’Iran, che gioca sul lungo periodo. Sul piano interno, la disputa riguarda anche la crescente acquiescenza del regime di fronte alla sfida degli iraniani alle regole islamiche.
Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf continuano a insistere sul fatto che è nell’interesse dell’Iran tornare all’accordo di giugno. Jalili è stato l’unico membro del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale a votare contro. L’allora segretario Mohammad-Bagher Zolghadr non aveva diritto di voto. Da allora è stato sostituito, probabilmente su richiesta di Pezeshkian.
Sul piano interno, gli oltranzisti più conservatori temono da tempo che il regime stia perdendo la sua impronta islamica. La repressione dei manifestanti del gennaio 2026 e la vittoria percepita nella guerra hanno risollevato il loro morale e la convinzione di poter reagire alla crescente secolarizzazione della società. L’ex capo della Radiotelevisione della Repubblica islamica dell’Iran e membro del governo Raisi Ezzatollah Zarghami ha scritto su Twitter di aver visto e letto Il racconto dell’ancella, definendolo un «monito per i regimi ideologici». Curiosamente, Zarghami è un ex alto ufficiale delle Guardie della Rivoluzione ed era vicino a Jalili. Khabar Online, ritenuto vicino ad Ali Larijani quando era in vita, ha dato alla vicenda una copertura favorevole.
Infine, si profila uno scontro su chi guiderà la Radiotelevisione della Repubblica islamica dell’Iran. L’attuale capo Peyman Jebeli è un fedelissimo di Jalili ed era il responsabile dei media del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale quando Jalili ne era segretario. Il mandato quinquennale di Jebeli scadrà il prossimo autunno. Durante il suo incarico ha usato la propria posizione per promuovere le posizioni di Paydari e attaccarne i detrattori, arrivando a censurare discorsi di Pezeshkian e Ghalibaf.
L’élite del regime sta cercando di ridimensionare l’influenza degli oltranzisti più duri. Proprio questa settimana il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i ha suscitato l’ira del Fronte Paydari incriminando per corruzione due ministri di Raisi.
In primo luogo, l’influenza di Paydari è corrosiva e le sue richieste politiche sono assurde. Eppure, come Ali Khamenei disse una volta a Jalili dopo la sua sconfitta a un’elezione presidenziale, gli elettori di Jalili costituiscono il nucleo del regime e la Repubblica islamica ha bisogno di loro per sopravvivere. In secondo luogo, come rivela il sostegno delle Guardie, anche Paydari ha i suoi potenti sponsor.
La politica interna e la direzione del regime erano comunque destinate a cambiare dopo la morte di Ali Khamenei, proprio come Khamenei stesso lo aveva riorientato maggiormente verso la politica estera e allontanato dall’islamismo sul piano interno. Con lui morto e con il figlio e successore assente dalla scena, gli attuali giochi di potere potrebbero determinare la forma della Repubblica islamica per gli anni, se non i decenni, a venire.