Nell'anniversario dell'11 settembre, Washington riconoscerà il ruolo di Zalmay Khalilzad nel rafforzare i talebani?
A un quarto di secolo dagli attentati terroristici, l'America non possiede ancora una comprensione stabile e coerente dei talebani.
Davood Moradian è il direttore dell'Afghan Institute for Strategic Studies (Istituto afghano di studi strategici).

Nel 2026 gli americani non celebreranno soltanto il 250° anniversario della nazione, ma anche due ricorrenze più cupe: i 25 anni dagli attentati di Al Qaeda dell’11 settembre 2001 e i cinque anni dal ritiro degli Stati Uniti da Kabul e dal ritorno al potere dei talebani.
Washington non ha interiorizzato nessuno dei due episodi nella propria coscienza strategica. Le polemiche sulle commemorazioni dell’11 settembre e le recriminazioni su chi abbia «perso» l’Afghanistan raccontano un Paese che ricorda le catastrofi senza farci davvero i conti.
Dal punto di vista afghano, una spiegazione di questo slittamento spicca sulle altre: gli Stati Uniti non hanno ancora un’idea definita e coerente dei talebani.
I talebani occupano uno spazio stranamente cangiante nell’immaginario americano. In 25 anni, il governo degli Stati Uniti li ha di volta in volta classificati come gruppo terroristico, insurrezione, attore politico legittimo, interlocutore diplomatico, partner nella lotta al terrorismo e, infine, governanti de facto dell’Afghanistan.
Al centro di questo paradosso c’è un uomo: l’ambasciatore Zalmay Khalilzad. Tre istantanee distinte rendono l’assurdità del dilemma afghano dell’America.
La prima risale al 16 agosto 2021. Ero bloccato sulla pista dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai mentre i talebani entravano in città. Con l’aiuto del generale H.R. McMaster entrai nel settore dell’aeroporto controllato dalla NATO. Da quel punto di osservazione si dispiegò una scena straordinaria, surreale: pick-up talebani armati, carichi di combattenti in festa, entravano a Kabul da una direzione, mentre dall’altra atterravano enormi aerei da trasporto militari statunitensi, che scaricavano truppe americane. La guerra era finita, eppure vincitori e sconfitti arrivavano insieme, con le forze statunitensi impegnate non a difendere l’ordine politico che gli Stati Uniti avevano trascorso due decenni a costruire, bensì a evacuare i propri cittadini e un piccolo numero di alleati afghani.
La seconda ironia è emersa nella terra di nessuno finanziaria del dopo-ritiro. Oggi le banche americane chiedono agli istituti finanziari afghani di certificare che un comune bonifico non abbia alcun legame diretto o indiretto con i talebani o con la rete Haqqani; eppure Washington ha convogliato miliardi di dollari in Afghanistan, dove burocrati talebani amministrano quasi ogni meccanismo commerciale. Il Dipartimento del Tesoro statunitense chiarisce che si tratta di misure umanitarie, pensate per scongiurare la fame, ma l’assurdità resta. Il Congresso può tentare di tagliare i canali che rafforzano il regime, ma la resistenza dei lobbisti dei talebani all’interno del Congresso ha bloccato questi sforzi legislativi.
La terza scena si è svolta il 7 settembre 2026 a Kabul. Funzionari talebani, tre dei quali figurano nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite, hanno formalmente firmato un accordo da 200 milioni di dollari per l’estrazione energetica con la saudita Delta International Energy. Il contratto, della durata di 25 anni, riguarda l’esplorazione di idrocarburi in sette blocchi del bacino di Kushk-Tirpul. Zalmay Khalilzad ha supervisionato la firma, accogliendo con favore l’intesa che, secondo quanto riferito, aveva facilitato a porte chiuse.
La storia si ripete. L’Arabia Saudita fu uno dei soli tre Stati a riconoscere il primo regime talebano, quello precedente all’11 settembre. Decenni fa, prima dei suoi incarichi nelle amministrazioni di George W. Bush, Donald Trump e Joe Biden, Khalilzad fece attività di lobbying per il riconoscimento dei talebani nell’ambito dei tentativi ad alto rischio di Unocal di costruire un corridoio energetico attraverso l’Afghanistan.
L’accordo tra sauditi e talebani solleva interrogativi anzitutto sulla coerenza del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Presenta Vision 2030 come un programma di modernizzazione, impostando il futuro del Regno su un islam moderato, la diversificazione economica, la liberalizzazione sociale e un’integrazione internazionale inclusiva, ma dà il via libera a un’importante impresa saudita perché impegni milioni a favore di un regime fondamentalista. In secondo luogo, il mercantilismo costante di Khalilzad e la sua tolleranza verso i talebani pongono la questione se abbia sfruttato la sua parentesi al governo come ambasciatore e inviato per promuovere gli interessi degli Stati Uniti o i propri.
Khalilzad non è l’unico architetto del fallimento americano in Afghanistan. Quattro presidenti statunitensi consecutivi, il Pentagono, la Central Intelligence Agency, un Congresso reattivo, gli attori regionali di Islamabad, Teheran e Mosca, e la corruzione endemica delle élite politiche afghane hanno contribuito al collasso dell’Afghanistan. Khalilzad, però, disponeva di una combinazione di intimità culturale, accesso alle élite e ampia libertà d’azione diplomatica. Nato a Mazar-i-Sharif in una famiglia pashtun, formatosi all’Università di Chicago e approdato ai piani più alti del potere americano, possedeva la rara capacità di parlare con disinvoltura la prosa strategica di Washington, muovendosi al tempo stesso tra le intricate dinamiche etniche, tribali e politiche della sua terra d’origine.
La sua formazione gli dava strumenti di comprensione, ma in un Paese in cui l’equilibrio multietnico è la garanzia della sopravvivenza dello Stato, Khalilzad favorì l’egemonia politica pashtun. Nel vuoto successivo all’11 settembre, si propose come unico interprete dell’Afghanistan per l’America. I presidenti e i segretari di Stato al cui servizio era non colsero i suoi secondi fini e le sue agende.
Sfruttò per la prima volta la propria posizione alla Conferenza di Bonn del 2001. Incaricati di plasmare un governo post-talebano, i delegati valutarono vari modelli di governo, fra cui una monarchia costituzionale sotto il re Zahir Shah o un sistema parlamentare decentrato. Khalilzad orientò l’esito verso un esecutivo presidenziale centralizzato. La sua logica era comprensibile: l’Afghanistan aveva bisogno di una forte autorità centrale per tenere insieme il Paese; lavorò per mettere ai margini Zahir Shah, che aveva consolidato credenziali nazionali, mentre, a quanto pare, Khalilzad valutava di guidare lui stesso il Paese.
Cooptando in questo impianto centralizzato i signori della guerra di vecchia data senza costruire istituzioni democratiche, Washington istituzionalizzò la corruzione delle fazioni, consentendo ai talebani di presentarsi come l’unica alternativa disciplinata a una classe politica in frantumi. Quando nel 2018 il presidente Donald Trump nominò Khalilzad Rappresentante speciale per la riconciliazione in Afghanistan, l’incarico non era più la costruzione dello Stato, bensì la progettazione di un’uscita. Per riuscirci, Khalilzad mise in campo un gioco diplomatico su più fronti. Promise a Washington un ritiro onorevole e negoziato; offrì ai talebani un calendario per il ritiro americano e la prospettiva di diventare i futuri governanti dell’Afghanistan. Trattò il presidente Ashraf Ghani come un ostacolo alla sua visione della pace, centrata sui talebani.
Firmando l’Accordo di Doha del febbraio 2020 direttamente con i talebani, ed escludendo il governo afghano dai negoziati principali, Washington indebolì il proprio alleato. I talebani ottennero ciò che chiedevano — il ritiro delle truppe statunitensi — senza fare concessioni significative allo Stato afghano. Questo spezzò la tenuta della repubblica prima ancora che il primo pick-up armato talebano arrivasse a Kabul. Benché Biden abbia poi promosso il vice di Khalilzad, Thomas West, a succedergli come rappresentante speciale, Biden e il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan cercarono la continuità della strategia di Khalilzad, non una sua correzione.
In breve, l’America negoziò nella speranza di moderare i talebani, mentre i talebani negoziarono per conquistare il controllo totale senza modificare la loro ideologia di fondo. Khalilzad conosceva la direzione presa dai talebani, ma diede priorità alla coltivazione dei propri contatti con il gruppo, in vista di future opportunità commerciali con esso.