Il Pakistan affida a un generale dell'antiterrorismo la guida dell'Alleanza di difesa della Mecca
Nauman Mahmood ha trascorso gran parte della carriera militare a fronteggiare organizzazioni che ricorrono alla guerra asimmetrica.
Kaswar Klasra è un giornalista con base a Islamabad e direttore responsabile di The Islamabad Telegraph, dove segue la sicurezza dell’Asia meridionale, la diplomazia della difesa, la politica estera e la geopolitica regionale.

Il Pakistan ha nominato il tenente generale in congedo Nauman Mahmood primo segretario generale dell’Alleanza di difesa della Mecca a guida saudita, portando al centro della nuova architettura di sicurezza che lega Pakistan, Arabia Saudita e Turchia un veterano delle operazioni antiterrorismo, dell’analisi d’intelligence e della pianificazione militare. La nomina è significativa perché la carriera di Mahmood dà un’idea del tipo di sfida sul piano della sicurezza a cui l’alleanza potrebbe prepararsi.
Il governo pakistano ha annunciato il 23 settembre 2026 che Mahmood, insignito dell’Hilal-i-Imtiaz (Military), la seconda più alta onorificenza del Pakistan, guiderà il Segretariato generale in fase di istituzione a Riad. I tre Paesi hanno firmato il 7 agosto 2026 l’Accordo di difesa congiunta della Mecca, in base al quale un attacco armato contro uno dei membri va considerato un attacco contro tutti e tre. Alla prima riunione del Comitato strategico politico e di difesa, tenutasi a Istanbul il 31 agosto, i Paesi hanno concordato di istituire il segretariato permanente e di assegnare al Pakistan il primo mandato triennale di segretario generale.
La scelta di Mahmood è degna di nota perché l’Arabia Saudita si trova ad affrontare una minaccia sofisticata da parte degli Houthi yemeniti. L’alleanza non ha designato gli Houthi come proprio avversario principale e i suoi membri continuano a descrivere l’accordo come difensivo; eppure la tempistica è difficile da ignorare. Gli Houthi hanno dimostrato di saper combinare guerriglia, droni, missili e attacchi marittimi, minacciando il territorio saudita, le infrastrutture energetiche e uno dei corridoi marittimi più importanti del mondo.
Mahmood ha trascorso gran parte della sua carriera militare a fronteggiare organizzazioni che impiegano una guerra asimmetrica comparabile. Arruolato nel Baloch Regiment pakistano nel settembre 1987, Mahmood ha prestato servizio per circa 36 anni prima di andare in congedo nell’aprile 2023. La sua carriera ha incluso incarichi di comando sul terreno, intelligence, analisi strategica e formazione militare. Ha studiato al Command and Staff College di Quetta, al Command and Staff College in Egitto e alla National Defense University di Islamabad, dove ha conseguito un master in War Studies. Ha inoltre trascorso anni al Command and Staff College, fino a ricoprire l’incarico di capo istruttore.
La sua esperienza operativa ha incluso il comando di una divisione di fanteria nel Waziristan del Nord, epicentro della campagna pakistana contro le organizzazioni militanti attive lungo la frontiera afghana. Successivamente è passato dal comando sul terreno all’intelligence, diventando direttore generale della Direzione Analisi dell’Inter-Services Intelligence. L’incarico lo ha esposto a valutazioni strategiche, rapporti di collegamento con i servizi stranieri e al più ampio contesto regionale in cui operano le organizzazioni militanti.
È stato promosso tenente generale nell’aprile 2019 e in seguito ha ricoperto l’incarico di ispettore generale per le Comunicazioni e la Tecnologia dell’informazione presso lo stato maggiore dell’esercito. Nel dicembre 2019 ha assunto il comando dell’XI Corpo d’armata a Peshawar.
La tempistica contava. Il Khyber Pakhtunkhwa pakistano restava vulnerabile agli attacchi di gruppi terroristici, in particolare di quelli collegati all’Afghanistan. Al tempo stesso, gli Stati Uniti si preparavano a ritirarsi dall’Afghanistan e le conseguenze del ritorno dei talebani diventavano sempre più evidenti.
Mahmood ha lasciato il comando di Peshawar nel novembre 2021 ed è poi diventato presidente della National Defense University, incarico che ha mantenuto fino al congedo. La sua carriera ha dunque attraversato diversi mondi che la nuova alleanza dovrà integrare: operazioni militari, intelligence, pianificazione strategica e formazione degli alti ufficiali.
Questo retroterra conta perché la sfida houthi non è un problema militare convenzionale. La geografia dello Yemen, la capacità degli Houthi di disperdere le proprie forze e il ricorso a droni e missili relativamente poco costosi li rendono difficili da sconfiggere con la sola forza convenzionale. Una risposta efficace richiede intelligence, sorveglianza, allerta precoce, individuazione degli obiettivi, sicurezza delle frontiere, monitoraggio marittimo e la comprensione del contesto politico e tribale in cui opera un movimento armato.
Il Pakistan ha imparato molte di queste lezioni attraverso le proprie campagne antiterrorismo, anche se il Waziristan del Nord non è lo Yemen. I principi di fondo restano però pertinenti. Entrambe le campagne mirano a negare ai gruppi armati santuari, interrompere le reti di approvvigionamento, migliorare la penetrazione informativa, proteggere i centri abitati e combinare la pressione militare con misure politiche ed economiche.
Questo potrebbe diventare uno dei contributi più importanti di Mahmood a Riad.
Il primo compito dell’alleanza sarà costruire un’organizzazione in grado di rendere operativa la difesa collettiva. Ciò richiede di stabilire come condividere l’intelligence, come valutare le minacce, l’interoperabilità, la conduzione delle esercitazioni e quali eventi attivino la difesa reciproca.
La nomina di un generale pakistano in congedo, invece di un diplomatico di carriera, imprime al segretariato un orientamento inequivocabilmente legato alla sicurezza.
Arriva inoltre in un momento in cui la minaccia houthi ha assunto una portata strategica più ampia. Gli attacchi contro l’Arabia Saudita non sono più semplicemente un problema tra Yemen e Arabia Saudita.
La nomina di Mahmood solleva di conseguenza una domanda più ampia su cosa diventerà l’Alleanza della Mecca. L’accordo è difensivo. Il Pakistan ha sottolineato che non è diretto contro alcun Paese; la Turchia ha affermato che il quadro rispetta la sovranità e l’integrità territoriale ed è complementare alle alleanze esistenti. I tre membri hanno anche discusso di istituzionalizzare la cooperazione nell’industria della difesa, lo sviluppo e la produzione congiunti e altre forme di cooperazione militare.
Ma le alleanze difensive, in ultima analisi, sono plasmate dalle minacce che devono scoraggiare. L’Iran influenza, se non dirige, il movimento houthi, il che rende necessario includere il più ampio ruolo iraniano in qualsiasi valutazione della sicurezza degli arabi del Golfo, anche se i membri dell’Alleanza della Mecca non si considerano una coalizione anti-iraniana.
Significa tuttavia che l’alleanza deve prepararsi a un contesto regionale in cui minacce statali e non statali si sovrappongono.