La rete Haj Hamed in Iraq, una lettura da rivedere
Teheran non abbandona le milizie irachene, le protegge spostando le operazioni critiche su cellule più piccole e compartimentate che rispondono direttamente ai pasdaran.
Ali Almrayatee è un ex interprete da combattimento delle Forze armate statunitensi durante l’operazione Iraqi Freedom. Successivamente ha lavorato come consulente senior per la sicurezza del Parlamento iracheno, contribuendo al salvataggio di ostaggi statunitensi nel 2016 e alla lotta contro l’Isis, e come risorsa di intelligence antiterrorismo per agenzie del governo degli Stati Uniti. Ha prestato servizio come diplomatico in Iraq e in Turchia, occupandosi di sicurezza internazionale, estremismo, guerra ibrida e questioni geopolitiche.

Un’analisi del Middle East Forum Observer del 30 settembre 2026 sostiene che la crescente importanza della rete Haj Hamed indichi che l’Iran stia perdendo fiducia nei suoi tradizionali alleati miliziani e stia spostando le operazioni cruciali su cellule più piccole e compartimentate, che rispondono direttamente al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). Per quanto plausibile, questa conclusione offusca una postura iraniana strategicamente più lineare: l’Iran non sta abbandonando le sue milizie tradizionali, ma le sta piuttosto schermando dall’esposizione alla «massima pressione» attraverso una compartimentazione deliberata.
Sul piano strategico, l’Iran ha impiegato due decenni per trasformare la propria rete armata alleata in autentici centri di potere dentro l’apparato decisionale politico, della sicurezza ed economico iracheno, assicurando a Teheran leva sullo Stato iracheno. Queste fazioni e milizie sono i garanti del controllo effettivo dell’Iran — non della semplice influenza — sulle funzioni dello Stato iracheno; perderle significherebbe rinunciare all’asset più rilevante di Teheran e spostare l’equilibrio di potere regionale a favore degli Stati Uniti e dei loro alleati.
L’avvertimento dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sospeso i trasferimenti mensili in dollari all’Iraq se i gruppi armati allineati all’Iran non si fossero disarmati — unito alle sanzioni del maggio 2026 contro queste milizie — mostra la pressione cui esse sono oggi sottoposte. Un simile contesto impone ai proxy tradizionali di scorporare temporaneamente dalle principali strutture miliziane quelle operazioni che implicano sistemi d’arma avanzati e attacchi transfrontalieri in grado di innescare risposte militari statunitensi e regionali a carattere escalatorio. Se l’esercito americano neutralizzasse una cellula collegata a Haj Hamed, i vertici delle milizie potrebbero negare ogni responsabilità e il governo iracheno potrebbe sostenerlo in modo credibile, minimizzando l’esposizione della leadership e delle infrastrutture miliziane centrali a ritorsioni.
La strategia difensiva dei «gruppi ombra» non è una tattica nuova. Negli anni successivi all’attenzione rivolta dalla prima amministrazione Trump all’Iran e ai suoi proxy — in particolare dopo l’uccisione di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis nel gennaio 2020 — furono le stesse fazioni miliziane irachene a inaugurare questa strategia creando gruppi di facciata. Il gruppo Ashab Al-Kahf — comparso nell’agosto 2019 ma la cui attività è cresciuta drasticamente dopo la morte di Soleimani — ne è un esempio. Nonostante Ashab Al-Kahf neghi qualsiasi affiliazione con Asa’ib Ahl al-Haq, gli elementi disponibili indicano un controllo organizzativo e una subordinazione operativa.
Dopo il raid nel quartiere di Jadriya e l’operazione israeliana dei cercapersone contro Hezbollah, e dopo la dimostrazione che l’intelligence statunitense e israeliana era in grado di penetrare le cerchie miliziane di vertice dell’Iran, i capi delle fazioni irachene hanno preso atto della vulnerabilità delle strutture di comando centralizzate e hanno deliberatamente frammentato la propria impronta. La rete Haj Hamed non è dunque il segnale che la leadership abbia perso fiducia nel proprio controllo locale delle milizie, bensì il segnale che la leadership ha compreso la determinazione americana a smantellare le strutture miliziane e ha scelto di proteggere il corpo principale di tali strutture spostando la responsabilità operativa su entità sussidiarie, che possono essere sconfessate o abbandonate senza distruggere l’organizzazione centrale.
È anche un riconoscimento del fatto che i leader consolidati sono difficili da rimpiazzare. Naim Qassem, successore di Hassan Nasrallah, è l’ombra del capo di Hezbollah che ha sostituito. Allo stesso modo, il successore di Soleimani, Esmail Qaani, non ne possiede il carisma né l’influenza.
L’attacco del settembre 2026 all’oleodotto saudita Est-Ovest non è un’operazione inedita che segnala un mutamento nella dottrina iraniana; è un’operazione tradizionale condotta attraverso canali alternativi. Sono ancora le milizie tradizionali a mettere in campo il personale; semplicemente lo fanno attraverso canali compartimentati e negabili, che consentono una plausibile negazione.
Il fatto che successivamente funzionari della sicurezza iracheni abbiano attribuito l’operazione a Haj Hamed, legato al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica — dopo l’intervista del generale di brigata in pensione Ayad al-Tufan a un canale d’informazione saudita — potrebbe di per sé rispondere a una strategia deliberata per spostare le responsabilità lontano dalle milizie tradizionali.
Il comportamento successivo del governo iracheno avvalora questa lettura. Anziché indagare e condannare unilateralmente l’ingerenza iraniana, ha avviato un’indagine congiunta con l’Iran stesso: una risposta che sarebbe priva di senso se il governo considerasse queste operazioni azioni unilaterali iraniane lesive della sovranità irachena. Indagini congiunte tra uno Stato presuntamente danneggiato e l’autore accusato suggeriscono qualcosa di più vicino a una gestione collaborativa della narrazione che a una genuina resa dei conti tra avversari.