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Observer

Gli Stati Uniti stringano la morsa sulle presunte società di copertura iraniane nel Kurdistan iracheno

Gli iracheni lamentano l'invasione di merci industriali e agricole iraniane a basso costo, che mettono fuori mercato le industrie locali.

Michael Rubin è specializzato in Iran, Turchia e nel Corno d’Africa. La sua carriera comprende un periodo da funzionario del Pentagono, con esperienze sul campo in Iran, Yemen e Iraq, oltre a contatti con i talebani prima dell’11 settembre. Rubin ha inoltre contribuito alla formazione militare, insegnando a unità della Marina e dei Marines statunitensi temi legati ai conflitti regionali e al terrorismo. Tra i suoi lavori accademici figurano diverse pubblicazioni di rilievo, come «Dancing with the Devil» e «Eternal Iran». Rubin ha conseguito un Ph.D. e un M.A. in storia e un B.S. in biologia alla Yale University.

The Naqib market in Sulaymani, Iraqi Kurdistan Region.
Il mercato Naqib a Sulaymani, Regione del Kurdistan iracheno. · Shutterstock

Per la prima volta in 15 anni le forze statunitensi hanno lasciato del tutto l’Iraq. Quando il presidente Barack Obama ritirò le truppe, a colmare il vuoto fu alla fine lo Stato Islamico. Oggi il presidente Donald Trump ripete la storia, senza riconoscere che raramente a occupare quel vuoto sono le forze dell’altruismo.

Nella Regione del Kurdistan iracheno due principali potenze esterne si contenderanno l’influenza: la Turchia, più vicina al Partito Democratico del Kurdistan di Masoud Barzani, e l’Iran, che ha legami più stretti con l’Unione Patriottica del Kurdistan di Bafel e Qubad Talabani.

La decisione di Trump di ritirarsi dall’Iraq mentre la guerra in Iran prosegue riduce la leva degli Stati Uniti in un momento cruciale. La leadership iraniana ha cercato di aggirare il blocco imposto da Trump spostando i commerci dal mare alla terra, con i vicini settentrionali dell’Iran, Turchia, Azerbaigian e Turkmenistan, ben lieti di assecondarla. La presenza statunitense non aveva eliminato il contrabbando, ma manteneva un equilibrio. Oggi quell’equilibrio è venuto meno.

Senza boots on the ground, l’influenza statunitense diminuisce ma Trump ha ancora strumenti a disposizione. Per anni i funzionari dell’intelligence statunitense hanno mappato le imprese-ombra iraniane. Ora Trump, l’intelligence americana, il Dipartimento del Tesoro statunitense e le forze americane che operano over the horizon dovrebbero agire contro quella rete.

Tra i maggiori conglomerati del Kurdistan iracheno, se non dell’Iraq stesso, c’è il Nokan Group. Composto da 38 società e dalle loro controllate, opera in tutto, dal petrolio all’edilizia, dalle telecomunicazioni al turismo, e monopolizza il commercio nelle province di Sulaymani e Halabja. Se i monopoli politici sono corrosivi, a Washington cresce la preoccupazione che il successo di Nokan si fondi sui suoi rapporti con il Quartier generale Ramazan del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran), l’entità della Forza Qods responsabile per l’Iraq.

Alcuni iracheni sostengono che la società iraniana Nikan Holding, attiva in molti settori industriali in cui il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha una diramazione a Sulaymani, mantenga solidi legami commerciali e di coordinamento con Nokan.

Vicino al valico di frontiera di Bashmakh, tra la porzione della Regione del Kurdistan iracheno controllata dall’Unione Patriottica del Kurdistan e l’Iran, si trovano grandi depositi, in cui le imprese di costruzione impegnate nel progetto di Aram City e in altri cantieri stoccano merci destinate al commercio transfrontaliero. Polay Bahez, chiamata Folad Bahez in Kurdistan, è strettamente collegata alla Mobarakeh Steel, colpita dalle sanzioni statunitensi. La Anzu Foundation importa carburante dall’Iran e ve lo esporta, e commercia in cemento, ferro ed edilizia. Natron contribuisce al trasporto di carburante attraverso il confine. Anche il South Kurdistan Group of Companies, secondo quanto riferito, si occupa del trasporto e della vendita di prodotti di gas del giacimento di Khor Mor e finisce sempre più sotto i riflettori per possibili sanzioni, nonostante l’investimento diretto di membri della famiglia Talabani.

Tra gli iracheni, una delle lamentele più diffuse, a prescindere da confessione o etnia, riguarda il dumping dell’Iran di beni manifatturieri e agricoli a basso costo sui mercati iracheno e curdo-iracheno, che mette fuori gioco l’industria locale. Molti curdi indicano il ruolo di Pegah, il maggiore produttore lattiero-caseario e società di servizi alimentari dell’Iran, che mantiene una filiale a Sulaymani.

Più apertamente, Homa Air — un alias di Iran Air e una società del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica colpita da sanzioni — mantiene anch’essa un ufficio a Sulaymani, apparentemente sia per la compagnia aerea sia come agenzia di viaggi. Il governo guidato dai Talabani, secondo quanto riferito, ha inoltre contratti con una società iraniana chiamata Koushesh che importa esplosivi.

Mentre Washington per lungo tempo si è concentrata pubblicamente sui gruppi di Baghdad, come la struttura di facciata delle Forze di Mobilitazione Popolare Al-Muhandis Group, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha diversificato i propri asset o, in mancanza di tale formalizzazione, dispone di società su cui può contare sul piano operativo o per eludere le sanzioni. A Baghdad questo riguarda apparentemente gruppi come ScopeSky, nonostante i tentativi di alcuni consulenti americani di ripulirne l’immagine.

Ma la battaglia per influenza e infiltrazione non si limita alle aree non curde dell’Iraq. Per troppo tempo il Kurdistan iracheno ha goduto di un lasciapassare. Ora che le forze statunitensi non dipendono più dalle cortesie degli accordi curdi per essere ospitate, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e la Central Intelligence Agency dovrebbero individuarle e chiamare a rispondere le società che portano avanti la missione del regime iraniano, così come gli investitori curdi che ne traggono profitto e le proteggono.