La nuova linea di Teheran sugli esuli
Il regime ha compilato una lista di oltre 100 membri della diaspora ai quali sarà consentito il rientro in Iran.

La Repubblica islamica si sta trasformando nell’era post-Ali Khamenei. Un segnale è l’apparente disponibilità a consentire il rientro in Iran ad alcuni esponenti dell’opposizione, purché siano stati avversari dei Pahlavi e contrari alla guerra Stati Uniti-Israele contro l’Iran. I due casi più in vista sono quelli del cantante Mohsen Namjoo e dell’ex caporedattore di BBC Persian Masoud Behnoud.
In un post su Instagram, non più disponibile online, Namjoo ha annunciato che stava rientrando in Iran dopo quasi 19 anni. Ha raccontato che il viaggio era stato organizzato così all’improvviso che la storia su Instagram è stato il modo con cui lo ha comunicato alla moglie; non ha indicato chi abbia organizzato il rientro.
Namjoo è stato un critico del regime ed è diventato un bersaglio dei media governativi. Ma negli ultimi anni è diventato anche un critico della corrente dell’opposizione guidata dall’ex principe ereditario Reza Pahlavi, che cercava di fare asse con i governi statunitense e israeliano, arrivando persino a incidere una canzone contro Reza Shah, definendolo un prepotente. Ha attaccato gli iraniani che sostenevano la guerra e per questo ha ricevuto elogi dai media legati al regime.
Behnoud, giornalista riformista che ha lasciato l’Iran dopo il carcere ed è diventato un giornalista d’opposizione, ha seguito una traiettoria analoga. Dopo i raid congiunti che hanno ucciso Khamenei, Behnoud ha condannato l’attacco, definendo falsamente Khamenei «il leader scelto dal popolo iraniano», dichiarazione che ha avuto ampia diffusione nei canali Telegram legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). Il 17 settembre 2026 ha annunciato che sarebbe tornato in Iran dopo aver risolto alcuni problemi di salute.
Il 5 agosto 2026 il ministro della Cultura e della Guida islamica Abbas Salehi ha dichiarato che il regime aveva compilato una lista di oltre 100 membri della diaspora ai quali sarebbe stato consentito il rientro in Iran. Tra loro figurano l’intellettuale religioso Abdolkarim Soroush e il professore della Duke University Mohsen Kadivar. Pur precisando di essere in disaccordo con molti di loro su diverse questioni, Salehi li ha poi elogiati per il coraggio con cui, durante la guerra, hanno difeso il regime contro l’opposizione.
Sono tornate in Iran anche figure minori, come il cantante pop Qeysar e l’influencer Mina Namdari. Namdari, che si era attirata le ire del regime per l’abbigliamento rivelatore esibito sui social media, ha dichiarato dopo il rientro di aver temuto in precedenza che, una volta tornata, sarebbe stata giustiziata.
Namdari aveva ragione a nutrire un simile timore, ma la guerra ha cambiato la valutazione del regime. La guerra è stata il risultato dell’assenza di una base popolare. Dal cessate il fuoco, la Repubblica islamica intende ricostruire quella base allentando la presa sulla vita sociale. Dopo essere stato nominato segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Mohsen Rezaei ha definito l’unità nazionale «un imperativo strategico».
Questo orientamento spingerà alcune figure della diaspora a farsi apologeti del regime. Chi rimpiange la patria e desidera tornarvi ha ora un motivo per difendere la Repubblica islamica e pagare il proprio dazio, anzitutto influenzando l’opinione pubblica e screditando l’opposizione all’estero.
Dopo la morte di Ruhollah Khomeini, il regime si è trasformato da teocrazia in primo luogo in dittatura militare, sotto la guida di Khamenei. Ha però mantenuto, per quanto possibile, il proprio conservatorismo sociale. Resta aperta la questione di chi sovrintenda all’attuale versione del regime, soprattutto perché le condizioni della Guida suprema Mojtaba Khamenei sono ignote, circostanza che consente ai vecchi nemici e critici del padre di sostenere che non sia Mojtaba Khamenei a prendere le decisioni. L’attuale leadership è più militarista e meno islamista di Khamenei. È ragionevole attendersi una politica estera ancora più aggressiva, a compensazione di una crescente secolarizzazione.
La manovra potrebbe riuscire, ma il suo fallimento sarebbe catastrofico. L’idea si fonda sul presupposto che un numero sufficiente di iraniani sia disposto a perdonare il regime, così da compensare la perdita del suo nucleo ultra-estremista, che potrebbe abbandonare una Repubblica islamica largamente secolarizzata. È lo scenario migliore per il regime. Ma è anche possibile che i crimini del regime siano semplicemente troppi perché il popolo iraniano li perdoni, e che questa mossa finisca soltanto per costare consensi alla nuova leadership.