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Observer

Stati Uniti e Israele sono ancora alleati?

Per salvare l'alleanza i decisori politici devono dimostrarne l'importanza e smentire accuse del tutto false su Israele.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and President Donald Trump.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump. · Shutterstock

Stati Uniti e Israele hanno condiviso una delle alleanze più fruttuose del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale. Ma oggi questo legame è in pericolo, per una serie di ragioni, e perché l'alleanza prosegua servirà l'impegno di entrambe le parti.

Il principale fattore di logoramento dei rapporti è l'accusa di «genocidio a Gaza». È un'atrocità inventata, ma nel grosso del panorama mediatico e informativo mainstream statunitense viene trattata come un fatto acquisito. È forse una delle campagne di propaganda di maggior successo dei tempi moderni.

Gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 furono così orribili da suscitare una vastissima ondata di sostegno a Israele in tutto il mondo. Ma già allora si levarono voci a favore di Hamas, come quella del professor Russell Rickford della Cornell University, che si disse «esaltato», aggiungendo: «Che cosa ha fatto Hamas? Hamas ha spostato gli equilibri di potere. Hamas ha bucato l'illusione dell'invincibilità. Ecco che cosa ha fatto».

Il periodo di grazia di Israele agli occhi dell'opinione pubblica è durato a malapena fino a quando ha risposto all'invasione di Hamas con la forza militare necessaria a sradicare un nemico ai propri confini, determinato a distruggere Israele. Una volta compresa fino in fondo la realtà del combattimento urbano contro un avversario la cui strategia principale consisteva nell'usare i propri civili come carne da cannone, l'opinione è cambiata rapidamente e, già nel gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia (ONU) ha tenuto un'udienza per stabilire se le azioni di Israele costituissero genocidio. L'esito, secondo quanto riferito dalla BBC: «La massima corte dell'ONU ha ordinato a Israele di adottare tutte le misure per prevenire atti di genocidio a Gaza, ma non si è spinta a dirgli di fermare la guerra».

I mesi successivi hanno consolidato questa idea fra i numerosi nemici di Israele nella comunità internazionale e hanno anche portato a grandi proteste negli Stati Uniti. È diventato senso comune che, per quanto Hamas avesse commesso una cosa orribile, fosse Israele a commettere crimini di guerra.

Questa narrazione è palesemente falsa, ma ha permesso che la critica a Israele diventasse mainstream. È partita dalla sinistra politica filopalestinese e rivoluzionaria, ma si è diffusa rapidamente. Voci inattese nel coro sono arrivate dalle frange della destra politica americana: personaggi come Tucker Carlson, Megyn Kelly e un gruppo di altri podcaster la cui avversione per Israele è un velo sottile sull'antisemitismo.

All'accusa di genocidio a Gaza si sono presto affiancate molte altre calunnie già smentite, come quella sull'attacco alla USS Liberty nel 1967, fino alle affermazioni secondo cui Israele avrebbe trascinato gli Stati Uniti nella prima guerra del Golfo. Il tutto si è saldato con una nauseante recrudescenza di ogni tipo di canard antiebraico concepito per fomentare l'odio.

D'un tratto è diventato di moda e trasgressivo dichiararsi antisionisti e al tempo stesso vomitare le menzogne più ignobili. Ciò ha prodotto diversi esiti, tra cui l'accettazione di una quota fin troppo ampia di tutto questo da parte di consumatori di media poco informati. Il secondo esito è stata però una reazione contraria da parte di conservatori che non condividono questa infezione della mente: «(Tucker) Carlson ha invitato di recente il nazionalista bianco Nick Fuentes nel suo podcast e non ha contestato le osservazioni bigotte del suo ospite sugli ebrei, scatenando una cascata di giusta indignazione», ha riferito il Washington Post.

Il primo esito è il più preoccupante. Il sentimento popolare verso Israele e verso l'alleanza tra Stati Uniti e Israele è sceso ai minimi storici, secondo il Pew Research Center, che nell'aprile 2026 ha riferito: «Sei americani su dieci hanno un'opinione molto o abbastanza sfavorevole di Israele, in aumento di sette punti percentuali rispetto allo scorso anno e di quasi venti punti dal 2022. Anche la quota di adulti statunitensi con un'opinione molto sfavorevole di Israele (28 per cento) è cresciuta di nove punti rispetto allo scorso anno, quasi triplicando rispetto al 10 per cento del 2022».

Questi sentimenti sono ancora più marcati tra gli americani più giovani, fino al 70 per cento dei quali ammette di avere un'opinione sfavorevole di Israele. Correggere questa situazione richiederà del lavoro. L'esito della guerra con l'Iran avrà un impatto, ma occorre elaborare una nuova motivazione, o una nuova spiegazione del rapporto esistente, per dimostrare perché l'alleanza con Israele sia nell'interesse degli Stati Uniti.

Sarà una battaglia in salita. Gran parte del sistema educativo mostra un netto pregiudizio anti-israeliano, che ha portato a una carenza di comprensione storica della fondazione di Israele e degli oltre settantacinque anni di tentativi palestinesi di eliminare lo Stato ebraico. Il sistema educativo statunitense deve iniziare a contrastare tutto ciò sia nel percorso K-12 (dalla scuola dell'infanzia alle superiori) sia nelle scuole secondarie.

Inoltre, i decisori politici devono sostenere che Israele è un partner e non uno Stato cliente, o peggio un'influenza maligna. Il piano che il presidente Donald Trump ha messo in moto durante il primo viaggio all'estero del suo secondo mandato resta un quadro valido per rafforzare la partnership vitale con Israele. Gli Stati del Golfo si sono avvicinati sia agli Stati Uniti sia a Israele attraverso la guerra con l'Iran, e questo è stato un pilastro della grande strategia mediorientale di Trump.

Le intese sulla sicurezza sono importanti, ma le partnership economiche e tecnologiche sono ancora più promettenti in termini di tenuta nel tempo. Quanto più vi si potranno includere gli Stati del Golfo, tanto meno i critici potranno dipingere Israele come la causa dell'instabilità. Sono in corso molte discussioni su come spingere la regione verso una situazione più pacifica e sicura. Dare risalto a queste iniziative, e al modo in cui coinvolgono più potenze regionali, contribuirà a normalizzare opinioni molto divergenti su Israele.

Può in realtà essere utile che gli estremisti abbiano mostrato il loro vero volto diffondendo accuse del tutto inesatte e false su Israele e sulla sua alleanza con gli Stati Uniti. Queste falsità marginalizzano quelle voci e mettono in luce il vero valore di quella partnership, ma Washington deve sostenere questa tesi in modo molto più ampio per contrastare le impressioni negative che si sono incancrenite. Se ciò sarà possibile, una nuova era di prosperità in Medio Oriente che includa Israele, gli Stati del Golfo e forse persino l'Iran appare una possibilità concreta.

Leggi l'originale in inglese: Are the U.S. and Israel Still Allies?

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