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Observer

Reza Pahlavi è diventato l'oppositore dell'opposizione iraniana?

La scoperta delle attività informatiche del regime e dei tentativi di cooptare i monarchici solleva interrogativi su chi stia cooptando chi.

Iran's Crown Prince Reza Pahlavi at a March 2023 session of the European Parliament in Brussels, Belgium.
Il principe ereditario iraniano Reza Pahlavi a una sessione del Parlamento europeo del marzo 2023 a Bruxelles, in Belgio. · Shutterstock

Le attività politiche dell’ex principe ereditario iraniano Reza Pahlavi hanno spinto molti attivisti iraniani pro-democrazia a chiedersi se la Repubblica islamica stia manipolando Pahlavi e i suoi seguaci per seminare discordia nelle file dell’opposizione. La recente decisione dell’app di social media X di mostrare il Paese d’origine dei propri utenti rafforza questi sospetti.

La maggior parte degli iraniani è costretta a usare VPN per aggirare i censori del regime, mentre gli account riconducibili al regime ricorrono a «schede SIM bianche» per bypassare la censura. Gli account del regime filo-Pahlavi, che X ha rivelato essere in Iran, amplificano la popolarità di Pahlavi e al tempo stesso creano un ambiente tossico sui social media, con molestie ai danni dei non monarchici.

Uno dei messaggi centrali martellati da questi account è che Pahlavi è l’unica alternativa alla Repubblica islamica e che di nessun altro ci si può fidare. Questi account usano questa tattica per attaccare qualunque figura dimostri capacità reali. L’esercito informatico ha preso di mira, per esempio, l’attivista dell’opposizione iraniana Hamed Esmaeilion, dopo che aveva organizzato a Berlino una protesta anti-regime con decine di migliaia di partecipanti, all’apice della rivolta Donna, Vita, Libertà.

I sostenitori online reali di Pahlavi hanno favorito, consapevolmente e inconsapevolmente, la campagna del regime, impegnandosi in attacchi analoghi non solo contro Esmaeilion ma anche contro altri dissidenti di primo piano, come la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, la giornalista Masih Alinejad e il rapper Toomaj Salehi. Il principale consigliere di Pahlavi, Amir Etemadi, incoraggia gli abusi contro dissidenti e giornalisti non monarchici, etichettandoli come «sinistrorsi», «separatisti» e «terroristi» per alimentare il livore nei loro confronti.

La capacità del regime di manipolare Pahlavi non dovrebbe sorprendere. Il figlio maggiore dell’ultimo scià non è noto né per doti di leadership né per attenzione ai dettagli. L’ex capo dell’intelligence del regime Ali Fallahian avrebbe dichiarato anni fa che Pahlavi era «più utile alla Repubblica islamica da vivo che da morto».

Pur privo di capacità di leadership o di organizzazione, il profilo di Pahlavi è cresciuto negli ultimi anni grazie alla nostalgia per l’Iran prerivoluzionario, alla promozione di Pahlavi da parte di media in lingua persiana come Iran International e a campagne informatiche, secondo quanto riferito, sostenute da Israele, che lo hanno proclamato il «leader» dell’opposizione iraniana e persino il prossimo scià.

Da tempo fautore della tolleranza, Pahlavi ha accantonato la propria agenda politica — democrazia e libertà per tutti gli iraniani — dopo l’uscita dalla Coalizione di Georgetown dell’opposizione durante la rivolta Donna, Vita, Libertà. Archiviata l’idea di unità e democrazia, Pahlavi oggi si proclama «padre» di tutti gli iraniani.

L’incapacità o la mancata volontà di Pahlavi di controllare i propri seguaci non solo ha spinto contro di lui una parte del movimento per la democrazia, ma ha anche messo il movimento monarchico contro sé stesso, con molti monarchici tradizionali e costituzionalisti insofferenti per la presa dei nuovi consiglieri su Pahlavi e per il loro impatto sul marchio Pahlavi.

Pahlavi si è inoltre vantato dei propri contatti clandestini con funzionari del regime che lo sostengono, inclusi membri del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). La campagna informatica filo-Pahlavi del regime e le affermazioni di Pahlavi sui suoi contatti con le Guardie sollevano interrogativi importanti: questi uomini interni al regime sono sostenitori autentici pronti a defezionare, oppure alcuni sono infiltrati del regime che cercano di ingannare Pahlavi per indebolire il resto dell’opposizione? Detto altrimenti, la scoperta delle attività informatiche del regime e dei tentativi di cooptare alcuni monarchici solleva interrogativi su chi stia cooptando chi.

Alcuni oppositori del regime, incluse figure di spicco in Iran, si rendono ora conto che il movimento pahlavista si è trasformato, come ha affermato di recente Narges Mohammadi, nell’«opposizione contro l’opposizione». Diversi dissidenti rifiutano di collaborare con i monarchici perché li percepiscono ormai come una minaccia per la sicurezza.

Pahlavi ha insistito sui propri consiglieri, nonostante il disagio che altri provano nei loro confronti. La Repubblica islamica ha sfruttato la situazione seguendo la massima di Vladimir Lenin, fondatore dell’Unione Sovietica, secondo cui «il modo migliore per controllare l’opposizione è guidarla noi stessi».

L’approccio non interventista dell’amministrazione Trump è stato saggio. Un recente post su X del sito in lingua persiana del Dipartimento di Stato affermava che «come ha detto il segretario di Stato Marco Rubio, spetta agli iraniani scegliere i propri leader». Il post del Dipartimento di Stato ha ricevuto reazioni ostili nei commenti da parte dei seguaci di Pahlavi e, forse, anche dell’esercito informatico del regime. Tuttavia, mentre Pahlavi vacilla, settori del governo israeliano continuano a sostenere le sue attività, alimentando il risentimento nel resto dell’opposizione.

La rivelazione di X secondo cui l’esercito informatico della Repubblica islamica è più sofisticato di quanto molti analisti si attendessero dovrebbe indurre a un esame di coscienza sia nei monarchici sia negli altri oppositori del regime, su come il regime semini discordia e se la fedeltà cieca a una qualsiasi figura abbia ostacolato anziché favorito gli sforzi per ottenere un cambio di regime.

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