La sete di una nazione
La traiettoria dell'Iran verso il fallimento dello Stato passa dall'acqua, e una mappa per la ripresa.
Punti chiave
- La crisi idrica dell'Iran è una catastrofe politicamente costruita causata da decenni di cattiva gestione, corruzione e ideologia, con la responsabilità principale che ricade sul regime e sul Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica.
- Le previsioni di scenario intermedio per il prossimo decennio proiettano 1.350.000 morti in eccesso e fino a 18 milioni di rifugiati idrici interni, con un potenziale attraversamento dei confini da parte di 3,5 milioni di persone.
- Il rapporto chiede una transizione politica seguita dalla creazione di un Consorzio internazionale per il recupero idrico, con Israele, Australia, Singapore, i Paesi Bassi, l'Arabia Saudita e il GCC che assumerebbero ciascuno ruoli definiti.

Questo rapporto analizza la crisi idrica iraniana e conclude che sia il motore principale di una cascata di collassi sistemici che sta spingendo il Paese verso il fallimento dello Stato. Non si tratta di un disastro naturale, ma di una catastrofe politicamente costruita, frutto diretto di decenni di cattiva gestione, corruzione e ideologia fallace. La responsabilità principale ricade sul regime iraniano e sul suo apparato economico-securitario, in particolare sul Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). Lo dimostrano la profonda incapacità del regime di adattarsi in una regione in cui altri Stati aridi hanno attuato con successo strategie sostenibili di gestione dell’acqua e la distruzione sistematica di un patrimonio nazionale di governo delle acque lungo 3.000 anni.
La condizione di fondo è quella di una «bancarotta idrica»: un deficit strutturale e permanente in cui la domanda nazionale d’acqua supera di gran lunga l’offerta rinnovabile. Ciò ha innescato un effetto domino su tutte le infrastrutture critiche. Un settore agricolo che consuma oltre il 90 per cento dell’acqua del Paese sta collassando, alimentando un’insicurezza alimentare diffusa. Il fallimento del nesso acqua-energia ha messo in ginocchio l’idroelettrico, dando vita a uno «Stato del blackout» che paralizza l’economia. L’estrazione irresponsabile delle acque sotterranee ha innescato una subsidenza irreversibile del suolo, distruggendo le falde acquifere e facendo cedere le infrastrutture dal basso.
Questo fallimento primario ha innescato un effetto domino su tutte le infrastrutture critiche:
- Collasso agricolo: il settore agricolo, che consuma un insostenibile 92 per cento dell’acqua nazionale, è stato decimato, lasciando 1,3 milioni di agricoltori senza lavoro e mettendo fino a 40 milioni di persone a rischio di grave insicurezza alimentare entro un decennio.
- Cedimento della rete elettrica: i livelli criticamente bassi delle dighe hanno paralizzato oltre 12.500 megawatt di capacità idroelettrica, creando un deficit elettrico nazionale stimato in 25.000 megawatt e imponendo blackout cronici su scala nazionale.
- Degrado urbano e dei trasporti: le città sprofondano, con tubature vetuste che disperdono fino al 30 per cento dell’acqua trattata e infrastrutture di trasporto chiave, come aeroporti e ferrovie, esposte a danni irreparabili dovuti alla subsidenza.
Nel corso dell’estate e dell’autunno 2025 sono emerse evidenze di un cedimento catastrofico della rete elettrica nazionale. Informazioni definitive confermano il collasso idrologico del sistema di bacini di Teheran e un’ammissione a livello presidenziale sulla necessità di spostare la capitale conferma che la crisi è passata da condizione cronica a fase acuta e terminale. Il tempo residuo prima di un evento «Giorno Zero» nelle grandi città si è compresso da anni a mesi ed è aumentata la probabilità di un collasso completo e di una frammentazione del regime.
Il costo umano di questo collasso si prospetta immenso. Le stime di scenario intermedio per il prossimo decennio prevedono 1,35 milioni di morti in eccesso per caldo, malnutrizione e malattie e lo sfollamento di massa di fino a 18 milioni di «rifugiati idrici» interni, con un potenziale deflusso transfrontaliero di 3,5 milioni di persone che destabilizzerebbe profondamente la regione.
L’attuale regime è strutturalmente incapace di attuare le riforme necessarie, poiché la sua sopravvivenza è intrecciata con il modello economico corrotto che trae profitto dalla crisi.
L’unica strada percorribile per evitare questa imminente catastrofe umanitaria è una transizione politica di fondo che consenta a un nuovo governo trasparente di collaborare con la comunità internazionale. Il nucleo della strategia proposta in questo rapporto è la formazione immediata di un Consorzio internazionale per il recupero idrico (International Water Recovery Consortium), un organismo operativo composto dai massimi esperti mondiali di strategie di recupero idrico. Il progetto delinea una strategia per fasi con ruoli specifici per i partner internazionali: Israele per la tecnologia e la governance; l’Australia per i dati e l’allocazione; Singapore per la resilienza urbana e la tariffazione; i Paesi Bassi per la gestione idrica locale; l’Arabia Saudita e il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) per il finanziamento.
Anatomia di una crisi costruita dall’uomo:
Progettare la «bancarotta idrica»: l’eredità della cattiva gestione
Il nucleo del dramma iraniano è uno stato di permanente «bancarotta idrica», termine che indica un’insolvenza strutturale in cui la domanda nazionale supera l’offerta naturale e rinnovabile. Non si tratta di una siccità ciclica che si può superare, ma di una condizione terminale costruita da decenni di scelte politiche disastrose. I dati a sostegno di questa diagnosi sono inequivocabili. Le risorse pro capite di acqua dolce interna rinnovabile dell’Iran sono crollate da un valore stabile di 5.845 metri cubi (~206.000 piedi cubi) l’anno nel 1961 a soli 1.484 nel 2019, spingendo il Paese al di sotto della soglia internazionale di stress idrico di 1.700 e verso la linea di scarsità assoluta di 1.000. Il Paese preleva oggi ogni anno più del 100 per cento delle proprie risorse idriche rinnovabili, di fatto erodendo la sua eredità idrica finita per soddisfare la domanda corrente.
Questa bancarotta è il risultato di fallimenti politici specifici e deliberati. Centrale è stato il regime’s
impegno ideologico del regime per un’«economia della resistenza» e per l’autosufficienza agricola. Questa dottrina, pensata per proteggere il Paese dalle pressioni esterne, ha spinto al consumo insostenibile di oltre il 90 per cento dell’acqua nazionale da parte di un settore agricolo notoriamente inefficiente, nel quale fino al 70 per cento dell’acqua va perduta nell’irrigazione prima di giovare a una coltura. Questa linea è stata aggravata da misure populiste, come la decisione del governo nel 2010 di legalizzare circa 30.000 pozzi di acque sotterranee fino ad allora illegali, mossa che ha accelerato direttamente l’esaurimento delle falde.
Il quadro istituzionale per la gestione dell’acqua è paralizzato. Molteplici ministeri e organismi, tra cui il Ministero dell’Energia e il Ministero dell’Agricoltura, hanno competenze sovrapposte e spesso in conflitto, senza un’unica autorità dotata dei poteri necessari per imporre una strategia nazionale coerente. Questo fallimento contemporaneo si staglia in netto contrasto con l’eredità storica iraniana di una sofisticata gestione delle acque.
Per quasi 3.000 anni la civiltà persiana ha prosperato in un clima arido grazie all’ingegnoso sistema dei qanat: acquedotti sotterranei scavati a mano che intercettano la falda e trasportano l’acqua per gravità lungo molti chilometri. Questa tecnologia, riconosciuta dall’UNESCO, ha permesso la nascita di insediamenti permanenti e di un’agricoltura fiorente nel cuore dei deserti iraniani, a dimostrazione di una comprensione profonda e storica dell’uso sostenibile dell’acqua. Il sistema dei qanat testimonia
il fatto che il clima dell’Iran è sempre stato arido e che la sua popolazione aveva sviluppato gli strumenti per vivere entro quei limiti ecologici. La crisi attuale è dunque un fallimento non della geografia, ma del governo.
Il regime moderno non solo ha abbandonato questa eredità, ma l’ha attivamente distrutta. Si stima che almeno la metà dei 70.000 qanat iraniani sia stata distrutta negli ultimi 50 anni, mentre i pozzi moderni e meccanizzati abbassano la falda al di sotto dei loro antichi canali. Questa distruzione di un patrimonio nazionale simboleggia la netta rottura del regime con una tradizione di custodia, sostituita da un modello di estrazione delle risorse miope e distruttivo.
Gli eventuali fattori climatici in gioco sono un potente «acceleratore di crisi», non la causa prima. I dati climatici storici di lungo periodo confermano che l’Iran centrale e meridionale ha sempre conosciuto un clima arido con estremi significativi. Se corrette, le proiezioni di un aumento della temperatura media annua compreso tra 2,6° e 5,2° e di una possibile diminuzione del 35 per cento delle precipitazioni medie ridurrebbero il tempo residuo prima del collasso totale. Tuttavia, alcune regioni settentrionali, come l’area attorno a Rasht presso il Mar Caspio, hanno registrato negli ultimi decenni andamenti pluviometrici stabili o persino lievemente positivi, a evidenziare le complessità regionali che una strategia nazionale di cattiva gestione non riesce ad affrontare.
La narrazione del regime, che attribuisce costantemente le carenze ai cambiamenti climatici e alle sanzioni internazionali, è un diversivo politico deliberato. È uno strumento di comunicazione strategica concepito per occultare la responsabilità primaria delle sue stesse politiche e delle istituzioni corrotte che hanno tratto profitto da questo disastro evitabile.
L’economia politica del collasso: la «mafia dell’acqua» e l’IRGC
Al cuore della cattiva gestione idrica dell’Iran si trova una rete potente e politicamente connessa che giornalisti, scienziati e attivisti hanno battezzato la «mafia dell’acqua». Questa alleanza opaca di funzionari governativi, ingegneri consulenti e appaltatori influenti prospera sulla promozione di megaprogetti ecologicamente dannosi, operando con controlli minimi per spingere la costruzione incontrollata di dighe e i dispendiosi trasferimenti idrici tra bacini sotto l’insegna dello «sviluppo».
L’attore centrale all’interno di questa rete è il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC, pasdaran). Attraverso il suo imponente conglomerato edilizio, Khatam al-Anbiya, l’IRGC ha stabilito un quasi monopolio sul settore delle infrastrutture idriche iraniane, aggiudicandosi lucrosi contratti statali, spesso senza gara, per dighe e gallerie di deviazione delle acque. Questi progetti costituiscono una fonte cruciale di entrate per l’IRGC, un meccanismo di clientelismo politico e uno strumento di controllo sociale. Ne nasce un conflitto d’interessi fondamentale, in cui l’ente responsabile della sicurezza nazionale trae al contempo profitto da attività che aumentano la vulnerabilità del Paese. La crisi, dunque, non è semplicemente un fallimento politico da correggere: è un modello di business riuscito e altamente redditizio per la fazione oltranzista più potente del regime.
La diga di Gotvand sul fiume Karun, nella provincia del Khuzestan, rappresenta l’atto d’accusa più schiacciante contro questo
sistema all’opera. Costruita da imprese legate all’IRGC, la diga è stata edificata direttamente sopra la formazione salina di Gachsaran, un enorme duomo di sale, nonostante gli espliciti avvertimenti dei geologi secondo cui ciò avrebbe generato una catastrofe salina. Il risultato prevedibile è stato un disastro ambientale costruito dall’uomo. Il bacino della diga è diventato una permanente «fabbrica di salamoia», che dissolve senza sosta il duomo di sale e ha aumentato la salinità del fiume Karun di circa il 35 per cento. Quest’acqua ipersalina scorre a valle, avvelenando i terreni agricoli, distruggendo circa 400.000 palme da dattero e rendendo l’acqua inutilizzabile per il consumo umano o l’irrigazione per milioni di persone nel più importante sistema fluviale dell’Iran. Il progetto, inizialmente preventivato in 1,5 miliardi di dollari, è lievitato a 3,3 miliardi senza alcuna rendicontazione pubblica, a dimostrazione di come progetti scientificamente infondati e finanziariamente opachi vengano imposti a beneficio di una piccola élite.
Questa dinamica genera un circolo vizioso perverso. L’IRGC e la sua rete traggono vantaggio dal creare la crisi attraverso progetti disastrosi e poi si propongono come unici fornitori della «soluzione», in genere schemi ancora più grandiosi, costosi ed ecologicamente dannosi, come la dissalazione su larga scala e ulteriori trasferimenti idrici. Ciò assicura un flusso perpetuo di fondi statali verso le casse della mafia dell’acqua, consolidandone il potere mentre accelera il collasso ambientale del Paese. Questo modello di business ha raggiunto la sua conclusione logica nell’ottobre 2025, quando il presidente Pezeshkian ha annunciato che la capitale deve essere trasferita da Teheran. Questa proposta di un megaprogetto pluridecennale da 77-100 miliardi di dollari non è una soluzione seria a un’emergenza immediata, ma la manifestazione estrema della logica corrotta della mafia dell’acqua: costruire una crisi talmente profonda che l’unica «soluzione» sia il progetto edilizio più grande e più redditizio della storia del Paese, quello che Khatam al-Anbiya dell’IRGC è in posizione unica per realizzare.
L’effetto domino: una cascata di fallimenti sistemici
La bancarotta idrica dell’Iran è il motore primo di una devastante reazione a catena, un disastro idrologico i cui effetti stanno distruggendo le fondamenta delle infrastrutture critiche del Paese. L’incapacità di gestire l’acqua ha generato una cascata di crisi secondarie e terziarie che stanno paralizzando la rete elettrica, frantumando le reti di trasporto, bloccando i servizi urbani e strangolando l’economia. Ogni fallimento amplifica gli altri, dando vita a una spirale discendente che si autoalimenta e che sta spingendo lo Stato iraniano verso il collasso funzionale.
Collasso agricolo e inizio dell’insicurezza alimentare
Il settore agricolo è la prima e più rilevante vittima della bancarotta idrica iraniana. Il suo uso inefficiente dell’acqua è al contempo la causa primaria della crisi e la ragione della propria rovina. Consumando oltre il 90 per cento dell’acqua disponibile nel Paese in modo così inefficiente che solo il 30-37 per cento dell’acqua impiegata per l’irrigazione giova effettivamente alle colture, l’impostazione era destinata al fallimento in una terra arida.
Le conseguenze di questo modello difettoso stanno ora diventando terminali. Studi econometrici stimano una relazione diretta tra scarsità e produzione: per ogni aumento dell’1 per cento della scarsità idrica si prevede una corrispondente diminuzione dello 0,404 per cento
della produzione agricola. Il costo umano si misura in mezzi di sussistenza perduti e in fame. Il settore perde posti di lavoro a un ritmo crescente. Solo tra il 2015 e il 2022, circa 1,3 milioni di persone, un quarto di tutti gli agricoltori iraniani, hanno perso il lavoro come conseguenza diretta dell’aggravarsi della scarsità idrica.
Questo calo della produzione interna, aggravato dall’inflazione galoppante, ha lasciato milioni di persone affamate. Oltre il 29 per cento delle famiglie rurali era già classificato come esposto a insicurezza alimentare e il Programma alimentare mondiale (WFP) fornisce assistenza salvavita nel Paese. Questa traiettoria indica un’emergenza sanitaria pubblica conclamata, con una malnutrizione acuta destinata a diffondersi e condizioni di carestia localizzata come esito altamente probabile, in particolare in province colpite dalla siccità come il Khorasan meridionale e il Sistan-Baluchistan. Gli eventi dell’estate 2025 hanno offerto una conferma netta di questa cascata. Il cedimento della rete elettrica, esso stesso prodotto della crisi idrica, si è riverberato sul settore agricolo. Agricoltori in tutto il Paese hanno segnalato interruzioni di corrente ai pozzi di irrigazione della durata fino a cinque ore al giorno. Nella provincia di Kerman i funzionari hanno riferito che i blackout hanno danneggiato il 60 per cento dei frutteti della regione e hanno contribuito a un calo di 21.000 tonnellate nella produzione di datteri, dimostrando in tempo reale come la crisi idrica inneschi una crisi energetica che a sua volta aggrava l’emergenza della sicurezza alimentare.
Lo «Stato del blackout»: il fallimento del nesso acqua-energia
La seconda grande cascata del collasso è il cedimento della rete energetica nazionale, inestricabilmente legato alla crisi idrica. La fornitura elettrica iraniana dipende dai suoi circa 12.500 megawatt (MW) di capacità idroelettrica installata. Con i bacini delle dighe a livelli storicamente bassi, le cinque dighe che riforniscono Teheran erano al solo 15 per cento della capacità, con la vitale diga di Lar all’1 per cento all’inizio del 2025, la capacità del Paese di generare energia idroelettrica è stata paralizzata.
Questa situazione ha creato un circolo vizioso, o «spirale della morte». La mancanza d’acqua paralizza la generazione idroelettrica e
i blackout che ne derivano mettono fuori uso le pompe elettriche che distribuiscono l’acqua municipale e alimentano gli impianti di depurazione, aggravando così direttamente la crisi idrica e sanitaria. Questo modello teorico è diventato realtà compiuta durante l’«Estate del collasso» del 2025. Interruzioni di corrente programmate e diffuse, spesso della durata di due-quattro ore al giorno, sono diventate un tratto della vita nelle grandi città. Il deficit elettrico nazionale è lievitato a una stima di 25.000 MW.
La pressione sulla rete è cresciuta a tal punto che le autorità sono state costrette a ordinare la chiusura su scala nazionale di uffici pubblici e banche per ridurre la domanda. In un’ammissione sconcertante, il ministro dell’Energia Abbas Ali-Abadi ha confermato che oltre 15.000 MW della capacità termoelettrica del Paese sono «logori» e hanno esaurito la loro vita utile a causa di decenni di incuria.
La conseguenza per la popolazione iraniana è l’emergere di uno «Stato del blackout». Queste interruzioni di corrente paralizzano ciò che resta dei settori industriale e commerciale, mettono fuori uso infrastrutture pubbliche essenziali e creano una combinazione letale
con il caldo estremo. L’impossibilità di alimentare condizionatori o ventilatori durante le ondate di calore priva la popolazione dell’ultima linea di difesa contro temperature che mettono in pericolo la vita.
Sul piano economico, la Camera di commercio iraniana ha stimato che le perdite quotidiane dovute alle interruzioni hanno raggiunto quasi 18.000 miliardi di toman, con industrie chiave come l’acciaio e il cemento costrette a tagli della produzione fino al 50 per cento. Oltre 80.000 lavoratori industriali sono stati messi in congedo senza retribuzione nel corso dell’estate, iniettando ulteriore instabilità in un tessuto sociale già fragile.
La nazione che sprofonda: distruzione irreversibile delle fondamenta nazionali
Sotto la crisi visibile delle dighe vuote e delle città al buio si cela una catastrofe più permanente: la distruzione della spina dorsale fisica dell’Iran. Decenni di sovrasfruttamento senza tregua hanno portato all’esaurimento di quelle che gli idrologi hanno definito «riserve di acque sotterranee pari a 1.000 anni, consumate in appena tre decenni». Non si tratta di un semplice scoperto: è la distruzione permanente della capacità fondamentale di accumulo idrico del Paese.
Questo pompaggio insostenibile ha innescato una subsidenza del suolo massiccia e diffusa. Man mano che le falde si svuotano, le strutture geologiche sottostanti si compattano e il terreno soprastante sprofonda a ritmi tra i più elevati al mondo. Sono interessati oltre 90.000 chilometri quadrati (~35.000 miglia quadrate). In alcune pianure agricole il terreno cede di oltre 35 centimetri (~14 pollici) l’anno.
Questo processo di compattazione degli acquiferi è sostanzialmente irreversibile. Il terreno, una volta collassato, non può essere «rigonfiato» per tornare a immagazzinare acqua. Ciò significa che, anche se l’Iran dovesse attraversare decenni di precipitazioni superiori alla media, la sua capacità di accumulare quell’acqua nel sottosuolo sarebbe permanentemente ridotta. Il regime non ha soltanto dilapidato i propri risparmi idrici: ha distrutto il caveau stesso. Questa diagnosi drammatica è stata pubblicamente confermata dal presidente Pezeshkian il 2 ottobre
2025, quando ha dichiarato: «In alcune aree il terreno si abbassa fino a 30 cm [11,8 pollici] all’anno. È un disastro e dimostra che l’acqua sotto i nostri piedi si sta esaurendo».
Questa subsidenza sta infliggendo danni irreparabili alle arterie dell’economia iraniana. Nodi di trasporto cruciali stanno sprofondando, tra cui l’aeroporto internazionale Imam Khomeini, al ritmo di 5 centimetri (~2 pollici) l’anno. A Teheran, 14 stazioni della metropolitana sono a rischio e la rete ferroviaria nazionale richiede riparazioni continue per contrastare gli effetti del movimento del terreno. Nelle città questo assestamento differenziale deforma e spezza le vecchie condutture sotterranee, accelerando il degrado dei sistemi idrici municipali, che già perdono per dispersioni una quota stimata del 30 per cento dell’acqua trattata.
Oltre al collasso tangibile delle infrastrutture, la crisi idrica sta infliggendo una ferita più profonda: la distruzione fisica del patrimonio culturale e storico iraniano. La subsidenza del suolo sta provocando danni strutturali irreversibili ad alcuni dei siti antichi più preziosi dell’umanità. Nella piana che ospita le rovine di Persepoli il terreno si abbassa fino a 20-30 centimetri (~8-11 pollici) l’anno, lacerando le strutture accessorie con profonde fratture geologiche. Anche la città storica di Isfahan sta sprofondando rapidamente, mettendo in pericolo le sue iconiche moschee, i palazzi e i ponti. Per molti iraniani l’incapacità del regime di proteggere questi potenti simboli della civiltà persiana è vista come un profondo fallimento di custodia, e alimenta una narrazione secondo cui esso non è soltanto incompetente, ma anche distruttivo nei confronti della vera eredità della nazione.
Tabella 1: la cascata di fallimenti sistemici innescata dall’acqua
Il costo umano del collasso
I fallimenti sistemici descritti nell’analisi precedente si traducono in costi umani concreti e devastanti. Questa sezione quantifica il bilancio umano della crisi, misurando il numero di persone a rischio di fame, morte e sfollamento come conseguenza diretta del collasso a cascata.
Un’emergenza sanitaria su più fronti
La convergenza di un sistema idrico in bancarotta, di un approvvigionamento alimentare in collasso e di una rete elettrica al collasso sta precipitando una catastrofe sanitaria su più fronti. Il costo umano si misurerà in un drammatico aumento della mortalità in eccesso dovuta al caldo, nel riemergere di epidemie letali e negli effetti di lungo periodo di una malnutrizione diffusa.
Il caldo sta rapidamente diventando una delle minacce più dirette e letali per la popolazione iraniana. Studi epidemiologici
hanno già stabilito un chiaro nesso tra ondate di calore e aumento della mortalità. Una meta-analisi complessiva relativa all’Iran ha rilevato che le ondate di calore aumentano del 23 per cento il rischio relativo di mortalità per ogni causa rispetto ai periodi senza ondate di calore. Questo rischio sta crescendo in modo drammatico. Il rapporto Lancet Countdown 2024 rivela un aumento del 168 per cento del numero di giorni di ondata di calore sperimentati dalle popolazioni vulnerabili nell’ultimo decennio. Se a ciò si somma l’incapacità della rete elettrica di sostenere il raffrescamento essenziale, sono date le condizioni per un enorme aumento della mortalità in eccesso per colpo di calore, disidratazione e collasso cardiovascolare.
Il secondo vettore di questa catastrofe sarà il ritorno delle malattie epidemiche. Con il cedimento dei sistemi idrici municipali, le popolazioni sono costrette a ricorrere a fonti non sicure, creando condizioni ideali per i patogeni veicolati dall’acqua. L’Iran ha una storia documentata di gravi epidemie di colera legate a una cattiva igiene, in particolare in province vulnerabili come il Sistan-Baluchistan e il Khuzestan. Il Lancet Countdown rileva un aumento del 22,7 per cento della popolazione che vive in prossimità di acque costiere con condizioni favorevoli alla trasmissione del Vibrio cholerae. La proiezione è netta: gravi focolai di colera, tifo e dissenteria sono altamente probabili entro i prossimi cinque anni.
Questo bilancio umano è inoltre inflitto direttamente dallo Stato. Quando i cittadini vengono spinti in strada da privazioni insopportabili, le loro «proteste per la sopravvivenza» sono accolte con la forza letale. Nella «rivolta degli assetati» del luglio 2021 in Khuzestan, le forze di sicurezza hanno usato munizioni vere per stroncare le manifestazioni, uccidendo almeno 11 persone. Lo schema si è ripetuto nell’estate del 2025, quando le proteste sono scoppiate in diverse città con cittadini che scandivano «Acqua, elettricità, vita—nostri diritti assoluti». Lo Stato ha risposto con la repressione, sparando gas lacrimogeni e formulando accuse di sicurezza nazionale contro gli attivisti. Queste morti e questi arresti sono un costo umano diretto e quantificabile di una crisi provocata dal regime stesso. Guardando avanti, il bilancio cumulativo è impressionante. Una previsione a 10 anni stima, in uno scenario intermedio, 1.350.000 morti in eccesso cumulative direttamente attribuibili alle crisi a cascata. Vi rientrano circa 600.000 decessi per patologie legate al caldo, 500.000 per malnutrizione e fame e 250.000 per malattie veicolate dall’acqua.
Il grande esodo: sfollamenti di massa e destabilizzazione regionale
L’effetto cumulativo del collasso dei sistemi agricolo, energetico e sanitario sarà quello di rendere inabitabili ampie porzioni dell’Iran, innescando movimenti di popolazione su una scala mai vista nella storia moderna del Paese. Questo esodo è già in corso. Lo stesso governo iraniano ha riconosciuto che circa 800.000 iraniani sono stati sfollati all’interno del Paese per ragioni legate al clima, tra cui siccità e desertificazione. Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di una migrazione permanente, che crea una vasta popolazione di «rifugiati dell’acqua» interni.
La portata potenziale degli sfollamenti futuri è impressionante. Il rapporto del giugno 2025 proiettava uno scenario intermedio di
12 milioni di iraniani sfollati all’interno del Paese entro il 2035. Tuttavia, gli eventi dell’estate e dell’autunno 2025 impongono una netta revisione al rialzo di questa valutazione della minaccia. Nel luglio 2025 il presidente Pezeshkian in persona ha avvertito che la crisi idrica potrebbe costringere fino a 15 milioni di residenti a lasciare la sola Teheran. Se all’epoca poteva trattarsi di un’iperbole voluta, la sua successiva dichiarazione di ottobre, secondo cui la capitale deve essere spostata, conferisce a quel drammatico avvertimento una gravità nuova e terrificante. La prospettiva che una megalopoli di oltre 10 milioni di persone diventi di fatto inabitabile introduce un fattore di sfollamento di dimensioni senza precedenti.
Con l’esaurimento dei meccanismi interni di adattamento e l’erosione del controllo statale, un numero significativo di persone sarà costretto ad attraversare i confini internazionali. La proiezione intermedia originaria prevedeva un deflusso transfrontaliero di 3,5 milioni di rifugiati entro il 2035. Uno scenario di fallimento dello Stato imperniato sul collasso di Teheran spingerebbe con ogni probabilità questa cifra molto più in alto, generando una crisi dei rifugiati che ridimensionerebbe le precedenti emergenze regionali, compresa la guerra civile siriana. La stabilità dei vicini dell’Iran è minacciata in modo diretto e immediato. L’Iraq è già alle prese con una propria grave crisi idrica e la Turchia gestisce una delle più ampie popolazioni di rifugiati al mondo. Non vi è alcuna prova che un qualsiasi governo regionale o organismo internazionale abbia avviato una pianificazione di emergenza per un evento umanitario e di sicurezza di questa portata.
Tabella 2: il costo umano quantificato del collasso (proiezioni 2025-2035)
Il punto di rottura politico: un calendario accelerato verso il fallimento dello Stato
La convergenza di fallimenti sistemici e di sofferenza umana di massa sta creando una pressione intollerabile sul sistema politico iraniano. La crisi idrica di fondo si sta trasformando in una crisi di legittimità dello Stato, erodendo l’autorità del regime e attivando le faglie etniche e sociali più profonde del Paese. Gli eventi della seconda metà del 2025 dimostrano una drastica compressione dei tempi verso il fallimento sistemico, che porta la nazione da una crisi cronica a una fase terminale.
Un calendario accelerato verso il «giorno zero»
La traiettoria del collasso idrico iraniano è governata da soglie fisiche e circuiti di retroazione che stanno spingendo la nazione verso fasi distinte di fallimento sistemico, secondo una tempistica individuabile. L’irreversibilità della «morte degli acquiferi» attraverso la subsidenza del suolo condanna il Paese a uno stato di perpetua scarsità idrica, indipendentemente da futuri mutamenti politici o regimi di precipitazioni.
La crisi è passata da una traiettoria cronica, decennale, a un’emergenza acuta e stagionale. Per tutta l’estate i media di Stato iraniani hanno iniziato a lanciare drammatici avvertimenti sul fatto che Teheran potesse raggiungere il «giorno zero» — il momento in cui la rete idrica municipale non è più in grado di fornire acqua corrente — nel giro di poche settimane. A fine luglio lo stesso presidente Pezeshkian ha avvertito pubblicamente che i bacini di Teheran potevano prosciugarsi completamente entro settembre o ottobre se i consumi non fossero stati gestiti.
La conferma definitiva di questa fase terminale è giunta sotto forma di dati di intelligence inoppugnabili. L’«Iran Update» del 30 settembre 2025 dell’Institute for the Study of War (ISW) ha rivelato che le riserve idriche della diga di Karaj — una delle cinque dighe cruciali che riforniscono Teheran — sono crollate da 111 milioni di metri cubi (mcm) (~4 miliardi di piedi cubi) nel settembre 2024 ad appena 28 mcm (~989 milioni di piedi cubi) nel settembre 2025. Si tratta di una perdita impressionante del 75 per cento in un solo anno. La diga, ora piena solo al 15 per cento, non è in grado di generare elettricità per Teheran, il che conferma il nesso diretto tra la crisi idrica e i blackout della capitale. Questi dati, uniti alle dichiarazioni ufficiali secondo cui le riserve idriche superficiali complessive di Teheran risultavano in calo di 227 mcm (~8 miliardi di piedi cubi) su base annua, delineano un quadro innegabile di fallimento complessivo e sistemico dell’intera infrastruttura idrica superficiale della capitale.
Il «decennio del giorno zero» è diventato la «stagione del giorno zero». La successiva dichiarazione del presidente, il 2 ottobre, secondo cui trasferire la capitale «non è una scelta; è un imperativo» equivale a un’ammissione de facto che il «giorno zero» per Teheran è inevitabile. La fase di «emergenza immediata» (2025-2026) descritta nel rapporto di giugno non è un evento futuro da monitorare: è la realtà attuale, pienamente dispiegata sul terreno.
Tabella 3: tempistiche riviste del fallimento sistemico (valutazione di ottobre 2025)
La partita finale: rivalutare gli scenari per il futuro dell’Iran
Il calendario accelerato e la risposta politica del regime impongono una formale riponderazione delle probabilità dei tre possibili scenari finali delineati nel rapporto del giugno 2025.
Scenario 1: collasso e frammentazione del regime (probabilità aumentata ad alta). È oggi l’esito più probabile. L’ammissione pubblica del presidente che lo Stato non può più garantire la vivibilità della propria capitale è un colpo profondo e con ogni probabilità irreversibile al prestigio del regime e alla sua pretesa di competenza. È un segnale, per l’intera popolazione, che lo Stato ha fallito nella sua funzione più elementare. Ciò, unito all’escalation delle «proteste per la sopravvivenza» e all’enorme pressione su un apparato di sicurezza che deve ora reprimere una popolazione assetata e disperata, aumenta drasticamente le probabilità di un cedimento sistemico. Un ordine di sparare su famiglie che chiedono acqua potrebbe facilmente innescare una crisi di coscienza e la frattura della lealtà delle forze di sicurezza, portando a un rapido collasso del controllo centrale e alla frammentazione del Paese lungo le sue faglie idro-etniche.
Scenario 2: tirare a campare con la coercizione (sostenibilità ridotta a bassa-media). Per quanto la capacità di violenza dell’IRGC resti formidabile, le realtà fisiche della crisi idrica rendono questo scenario assai meno sostenibile di quanto lo fosse quattro mesi fa. Uno «Stato svuotato» non può funzionare indefinitamente se la sua capitale è senza acqua. Il regime può sparare sui manifestanti, ma non può sparare acqua dentro i tubi. La pura insostenibilità logistica e fisica di Teheran rende uno scenario di lungo periodo in cui si «tira a campare» imperniato sull’attuale capitale sempre più improbabile. L’annuncio presidenziale di un trasferimento della capitale è in sé una tacita ammissione che l’opzione del «tirare a campare» per Teheran è già fallita.
Scenario 3: improbabile riforma e stabilizzazione (probabilità prossima allo zero). La risposta del regime alla crisi ha definitivamente precluso questa possibilità. La «soluzione» proposta — un fantasioso e corrotto progetto multimiliardario di trasferimento della capitale che arricchirà l’IRGC — è l’esatto opposto delle riforme dolorose e fondate sulla scienza necessarie alla sopravvivenza nazionale (ad esempio lo smantellamento dell’impero economico dell’IRGC, la fine di sussidi rovinosi, la creazione di un’autorità idrica indipendente e dotata di poteri). Questa mossa conferma che il regime è strutturalmente incapace di una riforma autentica e che, al contrario, raddoppierà la posta sul proprio modello fallimentare e autoarricchente fino al punto del collasso totale. La proposta non è una politica per risolvere un problema, ma una partita finale politica che rivela la logica interna del regime: preferisce vedere il Paese collassare mentre il suo nucleo oltranzista trae profitto dal processo, piuttosto che attuare le riforme necessarie alla sopravvivenza nazionale.
Un progetto per la rinascita nazionale
L’analisi precedente formula una diagnosi terminale della crisi idrica iraniana e della bancarotta politica del regime in carica. Quest’ultima sezione passa dalla diagnosi alla prescrizione, delineando un progetto dettagliato e operativo per la rinascita nazionale. Non è un piano per il governo attuale, che costituisce un ostacolo strutturale alla sopravvivenza, ma una tabella di marcia per un futuro governo iraniano post-transizione, disposto a compiere le scelte difficili necessarie a riportare il Paese indietro dall’orlo del baratro.
Il Consorzio internazionale per il recupero idrico: un progetto per la sopravvivenza
Il successo di questo piano di recupero dipende interamente da una transizione politica che porti al potere un nuovo governo iraniano fondato su trasparenza, responsabilità e una scelta strategica di partenariato internazionale. Il fulcro della strategia è la formazione immediata del Consorzio internazionale per il recupero idrico (International Water Recovery Consortium). Non si tratterebbe di una consueta conferenza dei donatori, ma di un’alleanza operativa di nazioni con competenze comprovate e di livello mondiale in ogni aspetto della gestione dell’acqua, i cui esperti lavorerebbero fianco a fianco con le nuove istituzioni iraniane per co-progettare e attuare il recupero. Ogni partner è stato selezionato per un ruolo specifico e sinergico:
- Tecnologia e governance - Israele: Israele guiderebbe la rapida diffusione di tecnologie d’avanguardia, supervisionando la progettazione di impianti di dissalazione ad osmosi inversa di acqua di mare (SWRO) su larga scala e di un programma nazionale di riciclo delle acque reflue con l’obiettivo del 90 per cento di riutilizzo in agricoltura. In particolare, gli esperti della Israel Water Authority (IWA) fornirebbero il modello per una nuova «Autorità idrica iraniana» unificata e politicamente indipendente, accorpando sotto un unico tetto tutte le competenze di pianificazione, regolazione e tariffazione.
- Dati e allocazione - Australia: l’Australia applicherebbe i principi cardine del suo riuscito Murray-Darling Basin Plan. Ciò comporterebbe la creazione di un registro nazionale dei diritti idrici e l’introduzione di Sustainable Diversion Limits (SDL), tetti giuridicamente vincolanti al prelievo idrico per ciascuno dei bacini iraniani, sostenuti da una misurazione moderna e dalla trasparenza pubblica.
- Resilienza urbana e tariffe - Singapore: gli esperti del Public Utilities Board (PUB) di Singapore progettarebbero e attuerebbero una strategia dei «Four National Taps» per le grandi città, integrando tutte le fonti idriche in un unico sistema ottimizzato. Il loro contributo più decisivo consisterebbe nel disegnare una nuova struttura tariffaria nazionale dell’acqua che elimini i sussidi distruttivi e proceda verso la copertura integrale dei costi, incorporando al contempo tariffe «lifeline» a tutela dei poveri.
- Governance locale - Paesi Bassi: gli specialisti olandesi fornirebbero il modello per istituire una rete di Stakeholder Water Boards regionali a livello di bacino, sul modello del loro sistema secolare dei waterschappen. Ciò sostituirebbe il sistema iraniano verticistico e opaco con un modello democratico in cui gli attori locali eleggono rappresentanti per gestire le proprie risorse idriche.
- Finanza e grandi opere - Arabia Saudita e partner del GCC: l’Arabia Saudita e i suoi partner del Golfo fornirebbero il capitale di ancoraggio per la rivitalizzazione infrastrutturale multimiliardaria, in particolare per imponenti corridoi di dissalazione ed energia solare. Il tutto sarebbe inquadrato non come aiuto, bensì come un investimento strategico cruciale nella stabilità regionale, strutturato attraverso sofisticati modelli di partenariato pubblico-privato (PPP) e joint venture (JV).
Tabella 4: il Consorzio internazionale per il recupero idrico - mandati e contributi
Destini opposti: perché altri Stati della regione si sono adattati
La tesi secondo cui la crisi iraniana è anzitutto politica, e non ambientale, trova conferma in un’analisi comparata di come altre nazioni aride della regione abbiano saputo gestire con successo la scarsità idrica. Gli esiti divergenti tra l’Iran e i suoi vicini dimostrano che il fattore determinante della sicurezza idrica in Medio Oriente è la qualità del governo e la volontà politica.
Caso di studio Israele: di fronte a una scarsità idrica naturale estrema, Israele ha trasformato la propria economia dell’acqua attraverso una combinazione di riforma istituzionale, innovazione tecnologica e investimenti massicci. Oggi ha raggiunto la sicurezza idrica. Decisiva per questo successo è stata la legge sull’acqua del 1959, che ha nazionalizzato tutte le risorse idriche e istituito un’unica autorità tecnocratica, la Israel Water Authority (IWA), per gestirle, mettendo al riparo le decisioni dalle pressioni politiche di breve periodo. Questa governance centralizzata ha reso possibile una strategia nazionale coerente, imperniata su due pilastri: creare nuove fonti d’acqua e gestire la domanda. Israele oggi dissala oltre l’80 per cento dell’acqua urbana destinata al consumo interno attingendo al Mediterraneo, attraverso alcuni tra gli impianti a osmosi inversa più efficienti al mondo. È leader mondiale nel riciclo delle acque reflue: tratta ad alto standard quasi il 90 per cento dei propri scarichi e li riutilizza in agricoltura. Questa strategia, unita a un sistema nazionale di trasporto dell’acqua e a una tariffazione realistica, le ha permesso di mettere in sicurezza il proprio futuro idrico.
Caso di studio Arabia Saudita: tra i Paesi più aridi del mondo, l’Arabia Saudita ha avviato una strategia ambiziosa e ad alta intensità di capitale, nell’ambito della sua Vision 2030, per garantirsi l’approvvigionamento idrico. Il Regno è il maggiore produttore mondiale di acqua dissalata, con una produzione giornaliera superiore a 11,1 milioni di metri cubi (~391 milioni di piedi cubi), e prevede di coprire il 90 per cento della domanda idrica urbana con la dissalazione entro il 2030. La sua National Water Strategy 2030 fornisce un quadro organico con 10 programmi strategici incentrati sulla gestione integrata delle risorse, sulla gestione della domanda e sulla partecipazione del settore privato. Consapevole dell’insostenibilità dei propri consumi idrici agricoli (che assorbono circa l’84 per cento dell’uso di acqua dolce), il Regno sta investendo massicciamente nel riutilizzo delle acque reflue. Si prepara ad avviare 96 progetti con un investimento di 4 miliardi di dollari per potenziare le infrastrutture di riuso, con l’obiettivo di riutilizzare il 70 per cento delle acque trattate entro il 2030. La strategia prevede il passaggio a tecnologie irrigue moderne, la riduzione delle perdite di rete e la creazione di nuove imprese pubbliche per gestire in modo efficiente l’intero sistema di trasporto e distribuzione dell’acqua.
Il successo di queste due nazioni, che affrontano condizioni naturali pari o più severe di quelle iraniane, mette in luce il netto contrasto sul piano della governance. Mentre Israele e Arabia Saudita hanno abbracciato una gestione tecnocratica centralizzata, tecnologie avanzate e investimenti strategici, l’approccio iraniano è stato definito da un’autorità frammentata e politicizzata (la «mafia dell’acqua»), dal ricorso a megaprogetti distruttivi e obsoleti, da un cronico sottoinvestimento e da sussidi populisti che incoraggiano lo spreco. I diversi esiti non dipendono dal clima o dalla geologia, ma da una scelta politica.
Una strategia di ripresa per fasi
Il piano di ripresa verrebbe attuato in tre fasi distinte ma parzialmente sovrapposte, passando dalla stabilizzazione d’emergenza a una riforma strutturale profonda e, infine, alla modernizzazione infrastrutturale su larga scala.
Fase I (primi 100 giorni): triage d’emergenza e mobilitazione. I primi 100 giorni di un nuovo governo saranno decisivi. L’attenzione dovrà concentrarsi sulla stabilizzazione immediata e sulla mobilitazione del Consorzio. Ciò comporta l’invito formale ai partner, l’invio di squadre di valutazione rapida nei bacini a più alto rischio, la creazione di un «Fondo per la ripresa idrica dell’Iran» con il sostegno del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) e delle istituzioni finanziarie internazionali, e l’approvazione di una «legge d’emergenza per la ripresa idrica» che stabilisca la base giuridica della nuova Autorità idrica iraniana e del mandato operativo del Consorzio.
Fase II (anni 1-3): riforme strutturali co-progettate. Stabilizzata l’emergenza immediata, questa fase si concentra sull’attuazione delle riforme profonde necessarie alla sostenibilità di lungo periodo. La nuova Autorità idrica iraniana verrebbe formalmente istituita, con esperti israeliani in ruoli consultivi. I primi Stakeholder Water Boards regionali verrebbero eletti sotto supervisione olandese. Il Sistema nazionale di contabilità idrica, guidato da esperti australiani, verrebbe introdotto con contatori moderni e limiti di estrazione giuridicamente vincolanti. Nuove tariffe idriche urbane, elaborate con esperti di Singapore, verrebbero applicate gradualmente. Infine, la ristrutturazione agricola comincerebbe con incentivi alla riconversione colturale e con le prime gare per il riacquisto dei diritti d’uso dell’acqua.
Fase III (anni 3-7 e oltre): modernizzazione infrastrutturale guidata dal partenariato. Questa fase segna la ricostruzione fisica su larga scala delle infrastrutture idriche iraniane. Prenderebbero avvio gli appalti e i cantieri della prima ondata di grandi impianti di dissalazione e dei relativi campi solari, gestiti attraverso gare internazionali trasparenti con supervisione congiunta. Un vasto programma sostenuto dallo Stato diffonderebbe tecnologie avanzate di irrigazione a goccia nelle aziende agricole di tutto il Paese, con formazione a cura di agronomi israeliani. Una rete di moderni impianti di riciclo delle acque reflue verrebbe costruita nei pressi di tutte le principali città, per raggiungere l’obiettivo nazionale del 90 per cento di riuso in agricoltura, liberando enormi quantità di acqua dolce per usi potabili.
Conclusione e raccomandazioni strategiche
Conclusione: un fallimento dello Stato in corso
Le prove presentate in questo rapporto conducono a una conclusione ineludibile: l’Iran è su una traiettoria accelerata verso il fallimento dello Stato, spinta da una crisi idrica di cui è esso stesso l’artefice. Il collasso dei sistemi idrologici del Paese non è più una minaccia lontana, ma un processo attivo e osservabile. La base materiale dello Stato — la sua capacità di fornire acqua ed elettricità alla capitale — sta crollando. La legittimità politica dello Stato è stata frantumata dall’ammissione dello stesso presidente di questo fallimento. L’attuale regime, paralizzato dal proprio DNA politico e ostaggio di interessi che traggono profitto dalla distruzione, è strutturalmente incapace di evitare questo esito. La «soluzione» da esso proposta — un fantasioso trasferimento della capitale — è un diversivo che non farà che accelerare la crisi, dirottando risorse inesistenti verso quegli stessi soggetti che hanno lucrato sul disastro iniziale.
Due futuri si aprono davanti all’Iran. Il primo, e il più probabile sotto il regime attuale, è un futuro di collasso isolazionista: bacini che si svuotano, blackout a rotazione, rovina dell’agricoltura e spostamenti di massa, fino a una catastrofe umanitaria e di sicurezza che destabilizzerà l’intera regione. Il secondo futuro è quello di una rinascita nazionale attraverso un partenariato globale. È un futuro realizzabile solo dopo una transizione politica di fondo, guidata da un nuovo governo che scelga la trasparenza e la cooperazione al posto dell’ideologia e dell’isolamento.
Raccomandazione principale: l’imperativo di una pianificazione proattiva delle contingenze
Attendere una transizione politica in Iran per iniziare a pianificare una risposta è la ricetta del fallimento. La finestra di opportunità per una transizione riuscita e stabile sarà stretta e caotica. La comunità internazionale deve agire ora per garantire che un piano di ripresa credibile, organico e interamente finanziato sia pronto per l’attuazione immediata fin dal «primo giorno». Il tempo che ci separa da un grave evento destabilizzante si è ridotto da anni a mesi.
La raccomandazione politica principale di questo rapporto è dunque che gli Stati Uniti, l’Unione europea e il G7, di concerto con le nazioni partner proposte, costituiscano immediatamente e in modo proattivo una «Shadow» Iran Water Recovery Task Force (task force ombra per la ripresa idrica dell’Iran). Il modello di pianificazione multinazionale e proattiva delle contingenze, analogo alla creazione da parte del G7 di una «Shadow Fleet Task Force» per contrastare il traffico marittimo illegale, dovrebbe essere adattato per affrontare l’imminente collasso iraniano.
Il mandato di questa task force ombra deve essere immediatamente ampliato per tener conto dei tempi accelerati. La sua attenzione deve spostarsi dalla pianificazione della ripresa di lungo periodo alla gestione della crisi nel breve termine e alla risposta alle contingenze. I suoi compiti sarebbero:
- Accelerare la pianificazione tecnica per la risposta d’emergenza: i partner del Consorzio (Israele, Australia, Singapore, Paesi Bassi, GCC) devono andare oltre la stesura di progetti di ripresa di lungo periodo. La priorità immediata è sviluppare kit operativi per il «primo giorno» destinati alla purificazione d’emergenza dell’acqua, a sistemi igienico-sanitari mobili e a interventi di sanità pubblica concepiti per essere impiegati in un contesto urbano in collasso come Teheran.
- Istituire una cellula di gestione della crisi umanitaria e degli spostamenti di popolazione: la task force deve essere ampliata fino a includere rappresentanti di alto livello dell’UNHCR, del Programma alimentare mondiale (WFP) e di altre agenzie umanitarie chiave. Il mandato di questa cellula sarebbe modellare gli scenari di spostamento di popolazione a partire dal collasso di Teheran e di altre grandi città, individuare corridoi logistici e avviare il pre-posizionamento di risorse in vista di un potenziale esodo di massa di profughi verso Turchia, Iraq e Caucaso.
- Elaborare piani di contingenza per il caos del trasferimento della capitale: la task force deve condurre un’analisi specifica delle implicazioni logistiche e di sicurezza di un tentativo caotico, diretto dallo Stato (o in fase di collasso), di spostare funzioni di governo e popolazioni fuori da Teheran. Questa analisi dovrebbe modellare la possibilità che tale processo inneschi una disgregazione sociale diffusa, violenze intercomunitarie e un crollo totale dell’autorità statale.
- Coinvolgere gli attori regionali sugli effetti di ricaduta: devono iniziare subito consultazioni discrete e ad alto livello con i governi di Turchia, Iraq, Azerbaigian e Stati del GCC. Lo scopo di queste consultazioni sarebbe condividere informazioni di intelligence sulla natura accelerata della crisi e avviare il necessario processo di pianificazione congiunta delle contingenze per gestire le ricadute transfrontaliere — di sicurezza, economiche e umanitarie — di un grave collasso iraniano.
Avviando questo lavoro ora, la comunità internazionale può fare in modo che, quando in Iran si aprirà una finestra per il cambiamento, essa non trovi indecisione e ritardi, ma un’offerta di partenariato concreta, credibile e convincente. Ciò trasforma una crisi potenziale in un’opportunità storica, fornendo a un nuovo governo iraniano gli strumenti, le competenze e le risorse necessari per condurre il Paese dall’orlo del collasso a un futuro di ripresa sostenibile.
Guy Goldstein è CEO di Revenue Path, una società di consulenza in strategie di crescita, e consiglia governi e istituzioni in materia di guerra cognitiva, disinformazione e sicurezza dell’intelligenza artificiale.
Rebecca Bar-Sef è founder dell’iniziativa Understanding Humanity, dedicata a far rivivere il pensiero critico e la cultura della domanda attraverso lo studio di come le civiltà nascono e tramontano.
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