Per Ian Lustick della U. Penn Israele è un «regime canaglia» senza «diritto di esistere»
Il politologo invoca la fine del «silenzioso apartheid» dello «Stato folle» Israele attraverso una soluzione a Stato unico.
Andrew E. Harrod è un ricercatore e scrittore freelance; ha conseguito un Ph.D. alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University e un J.D. alla George Washington University Law School. È abilitato presso la Virginia State Bar. I lavori di Harrod su vari temi politici e religiosi sono usciti, tra gli altri, su American Thinker, Breitbart, Daily Caller, Institute on Religion and Democracy, Investigative Project on Terrorism e World. È fellow del Lawfare Project, un’organizzazione che contrasta l’uso improprio del diritto dei diritti umani contro le società occidentali.

Israele è uno «Stato folle», un «regime canaglia e un paria internazionale» che «non ha alcun diritto di esistere»: lo ha affermato Ian Lustick, professore di scienze politiche all’Università della Pennsylvania, durante una conferenza autunnale a Washington, D.C. Questo stesso livore anti-israeliano ha caratterizzato il convegno dell'Arab Center-Washington, D.C. al National Press Club, dove Lustick e altri relatori hanno vagheggiato la sostituzione di Israele con un unico Stato palestinese, in apparenza democratico.
Alla fine circa 150 persone hanno riempito una sala per una conferenza di un'intera giornata dal titolo «Shifting Tides: Palestine, U.S. Elections, and Pathways Forward». Tra le personalità anti-Israele presenti in platea figuravano Medea Benjamin nella sua consueta tenuta di Code Pink, il docente della Georgetown University e apologeta della schiavitù musulmana Jonathan A. C. Brown, Tom Getman, Phyllis Bennis e Miko Peled. Una donna indossava il simbolo “radical chic” pro-Palestina, la kefiah, sopra la camicetta nera.
Il discorso programmatico di Lustick, trasmesso in video a causa della sua infezione da COVID 19, era in piena sintonia con gli altri relatori del convegno, tra cui Assal Rad, autrice di Don’t Say Palestine, che ha presentato l'esistenza di Israele come un crimine contro l'umanità. Quello che ha presentato come un recente «genocidio a Gaza» rappresenterebbe il «culmine di secoli di colonialismo» e di «furto di terre, espropriazione, apartheid», equivalente alla storica «cancellazione della Palestina» da parte del sionismo. Lustick, di conseguenza, ha paragonato Israele al Terzo Reich nazista richiamando lo slogan «Non cedere alla disperazione» scritto in yiddish da ebrei su un muro del ghetto di Varsavia, in Polonia, durante la Seconda guerra mondiale. Ha descritto la celebre ma disperata rivolta del 1943 degli ebrei contro i loro sterminatori nazisti come un'«intifada» — la parola araba per «rivolta» che ha contrassegnato le sanguinose campagne terroristiche palestinesi contro gli ebrei israeliani.
Assumendo un piedistallo morale alla Martin Luther King, Jr., Lustick ha vagheggiato la fusione di tutti i territori e delle loro popolazioni araba ed ebraica nell'ex Mandato di Palestina, tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, in un unico Stato. In quello che qualsiasi persona di buona volontà considererebbe un incubo, egli farebbe confluire un prospero e democratico Stato ebraico di Israele insieme agli arabi profondamente antisemiti dei corrotti e dilaniati dai conflitti territori palestinesi in un'unica entità politica. Pur avendo in passato sostenuto la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, oggi considera una simile soluzione a due Stati un'«impossibilità».
Israele, che non solo governa i propri cittadini ma esercita giustificatamente controlli di sicurezza sui territori palestinesi, andrebbe così incontro alla «piena integrazione di tutti coloro che vivono nei territori governati dallo stesso governo». La «democrazia parziale» di Israele conoscerebbe quindi un'«estensione della cittadinanza e dei diritti politici a popolazioni storicamente escluse, disprezzate e oppresse» — ossia i palestinesi che sostengono i jihadisti di Hamas. Più che di «decolonizzazione», per Israele «non è un problema di separare la colonia dalla metropoli», bensì «di democratizzare una metropoli ampliata e quindi trasformata».
Lustick ha denunciato lo Stato-nazione ebraico di Israele come «supremazia ebraica sui non ebrei», un «regime di apartheid silenzioso», pur se la minoranza araba israeliana gode di quei benefici della libertà che gli altri arabi del Medio Oriente possono solo sognare. In contrasto con questa cupa prospettiva, ha immaginato una «co-resistenza tra ebrei e arabi» in una sorta di movimento per i diritti civili a favore della sua repubblica palestinese unica; «nel lungo periodo, l'alleanza cruciale sarà tra ebrei e arabi». Ha tuttavia ammesso che in Israele «la destra vincerà le elezioni in un modo o nell'altro» alle elezioni israeliane di quest'anno, poiché l'elettorato israeliano si è spostato massicciamente a destra, in particolare dopo gli incessanti attacchi jihadisti.
I segnali della crescente impopolarità di Israele in America hanno rallegrato Lustick, perché gli «aiuti americani incondizionati» a Israele hanno «spinto al potere ultranazionalisti spietati e fanatici». «La morsa della lobby israeliana sulla politica americana nella regione è il principale problema del Medio Oriente. Impedisce la pace, produce guerre e trascina l’America in quelle guerre», ha affermato. Lustick ha ignorato le ricorrenti divergenze politiche tra l'America e il suo alleato strategico Israele, promuovendo nel contempo i cliché spesso antisemiti secondo cui le guerre mediorientali non riguarderebbero alcun interesse americano ed esisterebbero solo a causa di Israele.
Parlando del disincanto verso Israele tra gli ebrei americani progressisti, Lustick ha citato «uno dei libri più popolari nella comunità ebraica americana, soprattutto tra i giovani». Questo «libro sul Bund ebraico in Europa prima della Seconda guerra mondiale», ossia Here Where We Live Is Our Country: The Story of the Jewish Bund, descriveva un «modo antisionista di essere orgogliosamente ebrei». Così gli ebrei potrebbero «celebrare noi stessi come cittadini ed essere fedeli al luogo in cui siamo, piuttosto che in Palestina, piuttosto che in Israele», ha dichiarato Lustick. Ha omesso di ricordare che il genocidio nazista della Seconda guerra mondiale distrusse il Bund ebraico negli shtetl dell'Europa orientale trasformati in campi di sterminio e manifestò come mai prima la necessità di uno Stato ebraico sicuro.
Il direttore delle politiche dell'Institute for Middle East Understanding, Josh Ruebner, nel suo intervento si è aggiunto al coro di demonizzazione di Israele. In America, «l’intero Paese è indignato per la nostra duplicità in questo genocidio» a Gaza e il «regime di apartheid» di Israele è ormai una zavorra politica, ha sostenuto. Ha scorto un «momento Sun City per la Palestina» tra volti dei media americani che condannano Israele, un riferimento alla città turistica sudafricana celebremente boicottata dagli artisti americani durante l'apartheid.
Daniel Levy, presidente dello U.S./Middle East Peace Project, ha conseguentemente descritto anch'egli Israele come «in un circolo vizioso». Eppure gli ebrei israeliani «avranno pari diritti in un futuro Stato post-etnosuprematista» in una Palestina unificata. Questo Stato binazionale o persino a maggioranza araba sarebbe una «garanzia migliore» per la «sicurezza e l’incolumità future» degli ebrei.
Gli ebrei israeliani dissentirebbero in massa, soprattutto alla luce dei commenti nel panel di Jehad Abusalim, direttore esecutivo del Genocide Center, che tenta fallacemente di documentare un «genocidio a Gaza». Egli ha descritto la «lunga storia del sistematico colpire da parte di Israele i leader palestinesi» come «parte della sua più ampia campagna contro le istituzioni palestinesi», e non come l'uccisione di terroristi palestinesi, giustificata quanto l'uccisione dei jihadisti di Al Qaeda da parte dell'America. Abusalim ha inoltre indicato in Marwan Barghouti un leader nazionale palestinese, perché gode di «legittimità e credibilità» e di un «alto livello di rispetto tra i palestinesi». Ciò deriva, ha lasciato intendere Abusalim, dal fatto che Barghouti sta attualmente scontando numerosi ergastoli in un carcere israeliano per aver ideato attentati terroristici che hanno ucciso almeno cinque persone.
La venerazione palestinese per Barghouti, il quale, come lo spietato padre fondatore della causa palestinese, Yasser Arafat, nato in Egitto, non è certo un Ghandi, mette in risalto quelle realtà letali che nessun canto di «We Shall Overcome» può eludere. Lo Stato palestinese unico proposto da Lustick non unirebbe arabi ed ebrei in una qualche società laica o persino socialista. Piuttosto, gli ebrei si troverebbero di fronte a una popolazione a maggioranza musulmana dominata da norme della sharia illiberali e antiebraiche, come ha osservato lo scrittore Salman Rushdie. Le elucubrazioni di Lustick all’Università della Pennsylvania sono l'ennesimo esempio di spese pubbliche e private generose, ma sprecate, per i Middle East Studies, che ripetutamente diseducano e disinformano e che devono perciò riformarsi o cessare.
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