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Fuori portata, pronti a colpire: la postura delle forze americane contro l'Iran

Washington ha ritirato i suoi uomini dalle aree più esposte al tiro iraniano e ha diretto il suo ponte aereo verso Israele: le immagini satellitari mostrano un dispositivo pronto a una guerra breve, con la terza portaerei ancora nel Pacifico.

Punti chiave

  • Le immagini satellitari e le fonti aperte mostrano una forza costruita per un round aeronavale breve e intenso contro l'Iran, priva della terza portaerei, del secondo gruppo anfibio e dei bombardieri avanzati.
  • La USS Theodore Roosevelt si trovava ancora nel Mar delle Filippine il 26 ottobre, lasciando due portaerei nel Mar Arabico nel caso in cui gli Stati Uniti colpiscano nei primi giorni dopo il 3 novembre.
  • Il numero delle aerocisterne ad Al Udeid si è mantenuto tra 19 e 26 in cinque mattine di ottobre, non mostrando alcuna delle dispersioni che avevano preceduto la guerra di febbraio.

Gregg Roman è il direttore esecutivo del Forum del Medio Oriente. Nel 2014 la Jewish Telegraphic Agency lo ha inserito tra i «dieci leader ebrei più ispiratori al mondo»; in precedenza è stato consigliere politico del vice ministro degli Esteri israeliano e ha lavorato per il ministero della Difesa israeliano. Relatore assiduo sulle questioni mediorientali, Roman ha testimoniato davanti al Congresso e alla Knesset e interviene su canali di informazione internazionali come Fox News, i24NEWS, Al Jazeera, BBC World News e i canali israeliani 12 e 13. Ha studiato sicurezza nazionale e comunicazione politica all’American University e all’Interdisciplinary Center di Herzliya e ha scritto per The Hill, Newsweek, il Los Angeles Times, il Miami Herald e il Jerusalem Post.

Il ponte aereo statunitense si è orientato verso Israele, Giordania, Arabia Saudita e Qatar a fine ottobre, mentre le forze americane lasciavano la Siria e l'Iraq. · MEF Geospatial Intelligence Unit.

Negli ultimi giorni che hanno preceduto le elezioni americane di metà mandato, l’ipotesi — presentata pubblicamente — che gli Stati Uniti stiano per riprendere la guerra con l’Iran si regge su una manciata di dichiarazioni e su una grande quantità di ricostruzioni basate su fonti anonime. Il presidente Trump ha detto che gli Stati Uniti non lanceranno nuovi attacchi prima del voto del 3 novembre, e non li ha esclusi per il periodo successivo. Il 31 ottobre ha dichiarato ai giornalisti nella sua residenza in Florida che le forze americane avevano ancora «uno o due siti» in Iran di cui «occuparsi», aggiungendo: «possiamo farlo in 10 minuti». Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di una «opportunità storica e irripetibile» per abbattere il regime di Teheran. Il 27 ottobre il Wall Street Journal, citando due funzionari e dati di tracciamento dei voli, ha riferito che una batteria di difesa aerea Patriot si stava spostando dal Texas a Israele, che le truppe venivano spostate dalle basi vulnerabili, che le munizioni venivano riassortite e che bombardieri e caccia venivano preparati. L’emittente israeliana Channel 14 ha riferito che circa 80 aerei cisterna americani erano atterrati in Israele nell’arco di 48 ore.

Nello stesso tempo, i negoziatori iraniani hanno trascorso il terzo giorno consecutivo a Doha con i mediatori qatarioti attorno a un piano per riaprire lo Stretto di Hormuz entro due giorni dalla firma di un accordo. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha elencato il prezzo di Teheran: la revoca delle ultime sanzioni, il ripristino delle esenzioni petrolifere di giugno, il riconoscimento delle nuove rotte marittime tracciate da Iran e Oman, la fine dei combattimenti su tutti i fronti, Libano compreso, e «una riduzione della presenza militare americana nella regione». Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui «non si sono mai fermati». Il vicepresidente JD Vance ha inviato una lettera al capo della sicurezza iraniana, Mohsen Rezaei, il quale ha detto che il suo «tono è completamente cambiato».

La domanda della settimana è dunque di ordine materiale. Dove si trovano le forze americane che combatterebbero un secondo round, e che cosa stanno facendo? Il Pentagono non pubblica il proprio ordine di battaglia in tempo di guerra, e il Central Command si rifiuta di discutere i movimenti «per ragioni di sicurezza operativa». Così, come già per l’attacco all’oleodotto Est-Ovest di settembre, il Forum del Medio Oriente si è rivolto ai satelliti. Abbiamo esaminato 43 basi americane e alleate in un riquadro che va dalla Grecia al Pakistan e dalla Georgia a Diego Garcia, in ogni mattina serena dal 1° ottobre al 1° novembre, confrontando ciò che abbiamo visto con tutto quanto è stato pubblicato sul dispositivo nello stesso mese.

Che cosa un satellite può vedere e che cosa no

Le immagini sono dello stesso tipo già usato in passato dal MEF: fotogrammi ottici a 10 metri di risoluzione, accessibili al pubblico, che riprendono ciascuna base ogni due-cinque giorni, sempre a metà mattina ora locale. A quella scala un pixel ha le dimensioni di un garage per due auto. Un’aerocisterna KC-135, lunga 41 metri, è una croce larga quattro o cinque pixel. Un trasporto C-17, con i suoi 53 metri, è poco più grande. Quelle sagome si possono contare su un piazzale all’aperto, e un piazzale che la settimana scorsa ne ospitava due dozzine e questa settimana non ne ospita nessuna dice qualcosa. Un caccia, da 15 a 19 metri, è una macchia larga uno o due pixel e non può essere contato. Non si possono contare nemmeno i lanciamissili, i radar, i veicoli o le persone. E non si può seguire nulla in mare: il satellite fotografa la terraferma e le acque costiere, mentre le flotte navigano in oceano aperto.

Altre due fonti che normalmente colmerebbero queste lacune si sono chiuse questa settimana. Le immagini commerciali a mezzo metro di risoluzione, che mostrerebbero gli aerei per tipo, non hanno restituito alcun fotogramma — di qualunque genere — per nessuna delle nove basi della regione negli ultimi quattro giorni, mentre la stessa ricerca su una base aerea del Missouri ne ha restituiti otto. Le immagini della regione risultano trattenute. E il tracciamento dei voli, che mostra gli aerei che trasmettono la propria posizione, è quasi vuoto: una scansione di 10 scali regionali la sera del 1° novembre ha individuato un solo transponder militare non identificato sopra l’Oman. Gli aerei da combattimento e di supporto americani nel teatro volano «al buio».

Restano il piazzale all’aperto e la stampa. Dove i due concordano, il quadro che segue è solido. Dove divergono, lo segnaliamo.

Due portaerei, non tre

Il nucleo di qualsiasi campagna aerea americana contro l’Iran è l’aviazione imbarcata, e il conteggio delle portaerei è il miglior indicatore singolo di quanto pesante possa essere una campagna. Il fleet tracker dello U.S. Naval Institute del 26 ottobre colloca due portaerei nel Mar Arabico: la USS George Washington, arrivata ad agosto per dare il cambio alla Abraham Lincoln, e la USS George H.W. Bush, in zona da aprile. La nave d’assalto anfibio USS Boxer, con la USS Comstock, la USS Portland e l’11ª Marine Expeditionary Unit, è nel Mar Arabico da luglio. Attorno a esse ci sono circa 20 navi da guerra americane, molte delle quali impegnate a far rispettare il blocco navale dei porti iraniani. Il Central Command ha comunicato il 31 ottobre che il blocco ha respinto 144 navi mercantili.

La terza portaerei non c’è. La USS Theodore Roosevelt, con l’incrociatore Chosin e il cacciatorpediniere Decatur, ha ricevuto l’ordine di dirigersi in Medio Oriente all’inizio di ottobre, ma il 26 ottobre si trovava ancora nel Mar delle Filippine, dove stava concludendo l’esercitazione nippo-americana Keen Sword, terminata il 29 ottobre. Il gruppo anfibio della USS Makin Island, con a bordo la 13ª Marine Expeditionary Unit, era a Yokosuka per manutenzione. I funzionari si attendono entrambi i gruppi, con altri 9.000-10.000 uomini, nell’area del Central Command tra la metà e la fine di novembre. Dal Mar delle Filippine al Mar Arabico ci sono circa 5.500 miglia nautiche, all’incirca due settimane alla velocità di trasferimento sostenuta di un gruppo portaerei.

Questo conta per il calendario che tutti stanno osservando. Se gli Stati Uniti colpiscono nei primi giorni dopo il 3 novembre, colpiscono con due portaerei. Le forze che renderebbero un secondo round più pesante e più lungo arrivano settimane dopo.

Il piazzale di Al Udeid

La base aerea di Al Udeid, nel deserto a sud-ovest di Doha, è il fulcro della guerra aerea americana nel Golfo. Ospita il Combined Air Operations Center che dirige ogni missione alleata nella regione, e il suo lungo piazzale nord è dove parcheggia la flotta di aerocisterne. Sono le aerocisterne a consentire a caccia e bombardieri di raggiungere l’Iran e restarvi sopra, e i loro movimenti sono una spia.

Lo sono già stati. Un analista egiziano di fonti aperte che segue la base ha pubblicato immagini in time-lapse che mostrano come le aerocisterne americane abbiano lasciato Al Udeid il 27 febbraio, un giorno prima dell’inizio della guerra, per non tornarvi fino a giugno. Entro il 21 settembre gli osservatori di fonti aperte ne hanno contate di nuovo almeno 25 a terra. Il 30 ottobre un tracker di fonti aperte ha letto i voli cargo delle aerocisterne in partenza dalla base come un segnale che esse sarebbero state nuovamente ritirate in caso di ripresa dei combattimenti, come avvenne a febbraio.

Alla mattina del 1° novembre non si erano mosse. Il MEF ha esaminato ogni passaggio sereno sul piazzale nord nell’ultimo mese e ha contato le sagome scure, delle dimensioni di un aereo, presenti su di esso. Il numero si è mantenuto tra 19 e 26 in ciascuna di cinque mattine: 23 il 5 ottobre, 26 il 20 ottobre, 24 il 25 ottobre, 19 il 30 ottobre e 24 alle 10:22 ora locale del 1° novembre. Il dato basso del 30 ottobre riflette la foschia, che attenua il contrasto e fa sparire le sagome più tenui; con una soglia più permissiva lo stesso fotogramma ne mostra 28. Il che collima con Hunterbrook, la redazione investigativa, le cui immagini mostravano 28 velivoli alla base il 30 ottobre.

Un piazzale di aerocisterne pieno ad Al Udeid si può leggere in due modi. Può significare che Washington non si attende fuoco iraniano sul Qatar, forse perché il Qatar ospita i colloqui. Oppure può significare che le aerocisterne sono parcheggiate dove serviranno la prima notte. Ciò che non mostra è la dispersione che precedette la guerra di febbraio. Se quel piazzale si svuoterà nei prossimi giorni, sarà il segnale più chiaro che un satellite possa dare.

Fuori portata

L’altra metà della postura americana è una sottrazione. Per otto mesi l’Iran ha risposto agli attacchi americani e israeliani sparando contro le basi americane a portata, e l’Associated Press, in un’analisi pubblicata il 31 ottobre, ha contato più di 115 attacchi iraniani che hanno danneggiato 26 siti americani fino ad agosto. La base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, è stata colpita più di 30 volte, con più di 15 hangar centrati. I ricoveri radar di Camp Arifjan in Kuwait e del quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein sono stati distrutti nelle prime fasi della guerra. Funzionari regionali hanno riferito all’AP che da allora gli Stati Uniti hanno spostato aerei, difese aeree e apparati di comunicazione fuori dal Golfo.

I ritiri si vedono sulla carta. Le forze americane hanno completato l’uscita dalla base aerea di al-Asad, nell’Iraq occidentale, a gennaio, hanno lasciato la guarnigione di al-Tanf nel deserto siriano l’11 febbraio, hanno consegnato i restanti siti siriani a metà aprile e hanno lasciato Erbil quando la missione anti-Islamic State si è formalmente conclusa il 30 settembre. In Kuwait, la maggior parte dei circa 7.000 soldati di Camp Buehring è andata via; poco più di 100 sono rimasti. A fine ottobre, secondo funzionari che hanno parlato in forma anonima, le truppe americane hanno lasciato l’aeroporto di Baledogle in Somalia e hanno inviato il proprio equipaggiamento a Berbera. Il Dipartimento di Stato ha ordinato la partenza del personale non essenziale dall’Arabia Saudita a partire dal 23 ottobre e ha detto alle famiglie del personale negli Emirati Arabi Uniti, in Giordania, in Qatar e in Bahrein di andarsene.

Le immagini aggiungono poco a tutto questo, e anche questo è istruttivo. Al-Asad, Erbil e al-Tanf il 1° novembre appaiono come un mese prima: compound intatti, nessuna nuova costruzione, nessuna traccia di incendio. Le basi kuwaitiane e bahreinite non mostrano cambiamenti visibili a 10 metri. Chi se n’è andato, se n’è andato prima di ottobre.

Verso Israele e la Giordania

Il flusso in entrata va nella direzione opposta: a ovest, e dentro l’ombrello della difesa aerea israeliana. Kan, l’emittente pubblica israeliana, ha riferito che 10 velivoli da trasporto dell’U.S. Air Force sono atterrati nelle basi aeree di Nevatim e Ovda, nel Negev, tra il 28 e il 30 ottobre, provenienti da Fort Bliss in Texas, sede delle brigate di difesa aerea dell’Esercito, con altri voli verso Giordania, Arabia Saudita e Qatar. I dati di volo di Hunterbrook contano 193 missioni di trasporto pesante C-17 e C-5M verso la regione tra il 29 settembre e il 29 ottobre, nove delle quali solo il 29 ottobre. Un tracker del trasporto aereo militare ha stimato il traffico di aerocisterne e trasporti in 79 velivoli nelle 24 ore fino alla sera del 1° novembre, circa un terzo sopra il livello di base. Distaccamenti americani di F-35A hanno operato dalla base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Due ulteriori batterie Patriot sono andate in Arabia Saudita e in Qatar all’inizio di ottobre per proteggere siti energetici, e una batteria Terminal High Altitude Area Defense è schierata in Israele dall’ottobre 2024.

Qui i satelliti mettono alla prova un’affermazione e la trovano carente. La cifra di Channel 14 di circa 80 aerocisterne atterrate in Israele in due giorni equivarrebbe a circa il 40 per cento delle 190-195 aerocisterne americane che i tracker di fonti aperte censiscono in tutta l’Europa e il Medio Oriente. Nessun’altra testata riporta qualcosa di lontanamente simile: Kan, il Jerusalem Post e Anadolu parlano di 10 velivoli da trasporto. E la mattina del 31 ottobre, il giorno dopo gli arrivi riferiti, i piazzali di Ovda non ospitavano alcun velivolo delle dimensioni di un trasporto o di un’aerocisterna. Anche Nevatim, sotto un velo di cirri nello stesso passaggio, non ne mostrava nel fotogramma. I trasporti che consegnano una batteria Patriot scaricano e ripartono, quindi un piazzale vuoto non contraddice Kan. Contraddice però una flotta di 80 aerocisterne parcheggiate. Giudichiamo il dato di Channel 14 inattendibile.

Più a ovest, il Mediterraneo orientale è diventato il fianco di ricognizione americano. Alla Naval Support Activity di Souda Bay, a Creta, il piazzale est ospitava otto grandi velivoli il 18 ottobre e sette o otto il 31 ottobre. Gli osservatori di fonti aperte vi collocano un velivolo per l’intelligence dei segnali RC-135W Rivet Joint, un addestratore TC-135W e un jet per attacco elettronico EA-37B trasferito da Ramstein all’inizio di ottobre, con un secondo RC-135W in arrivo entro fine ottobre. La base britannica di RAF Akrotiri, a Cipro, ospitava un grande velivolo sul piazzale est a ogni passaggio. Londra ha ordinato ai Typhoon della RAF di svolgere pattugliamenti difensivi sopra l’Arabia Saudita, e la Francia ha fregate nella regione e due cacciamine in prontezza. Incirlik, in Turchia, non mostra cambiamenti, e lo stormo ospitante ha diffuso una dichiarazione sullo stato di prontezza a fine ottobre.

Nessun bombardiere avanzato

Un elemento della guerra di febbraio manca dal teatro. I 12 bombardieri B-1B che si erano schierati a RAF Fairford, in Inghilterra, sono rientrati in patria il 4 ottobre. Un rapporto dei primi di ottobre collocava sei B-2 e quattro B-52 a Diego Garcia, l’isola britannica nell’Oceano Indiano che dal 1991 fa da base per i bombardieri nelle guerre americane nella regione. Le immagini dell’isola del 24 ottobre mostrano qualcosa di diverso: un trasporto C-5, un C-40, due aerei da pattugliamento marittimo P-8 e quattro aerocisterne KC-135, senza bombardieri sul piazzale e con le navi del Maritime Prepositioning Squadron 2 nella laguna. I nostri fotogrammi dell’isola non sono di aiuto. Dei 14 passaggi dal 15 settembre, nemmeno uno era libero da nuvole.

L’assenza di bombardieri in posizione avanzata non significa la loro assenza da una campagna. Nel giugno 2025 i B-2 sono partiti dal Missouri per colpire Fordow e sono rientrati senza atterrare nel teatro, e le aerocisterne parcheggiate ad Al Udeid e a Diego Garcia sono ciò che renderebbe di nuovo possibile una missione del genere. Ma una lunga campagna di bombardamenti si conduce da basi avanzate, e a fine ottobre nessuna era predisposta per questo.

Che cosa dice la postura

Messi insieme, il satellite e la stampa descrivono un dispositivo costruito per un round aeronavale breve e intenso, non per una guerra di terra né per un lungo assedio. Gli Stati Uniti hanno circa 50.000 uomini nella regione, secondo la stima dei funzionari, circa 200 caccia e 30 aerei d’attacco A-10 che ruotano senza riduzioni nette, due portaerei, un gruppo anfibio, un piazzale di aerocisterne pieno in Qatar, un polo di ricognizione a Creta e una presenza crescente di difesa aerea in Israele, Giordania, Arabia Saudita e Qatar. Hanno sgomberato i bersagli morbidi che l’Iran ha colpito più duramente nel primo round: le guarnigioni isolate in Iraq e in Siria, i campi affollati in Kuwait e le famiglie. Ciò che manca è la terza portaerei, il secondo gruppo anfibio e i bombardieri avanzati di cui una campagna di settimane avrebbe bisogno.

Giudichiamo molto probabile che gli Stati Uniti siano posizionati per una nuova campagna aeronavale breve e ad alta intensità contro l’Iran dopo il 3 novembre, qualora il presidente la ordini. Formuliamo questo giudizio con una fiducia moderata. L’evidenza materiale dei preparativi è solida e coerente tra fonti indipendenti. La decisione di usarli è politica, i colloqui di Doha sono in corso, e un piazzale vuoto o una portaerei in arrivo possono cambiare il quadro nel giro di giorni.

Che cosa dovrebbe fare Washington

L’elenco stesso delle condizioni poste dall’Iran chiarisce la posta politica. Teheran si dice pronta a riaprire uno stretto che ha chiuso in cambio, fra l’altro, di una minore presenza di forze americane nella regione. È l’atteggiamento descritto sopra, ed è il motivo per cui l’Iran negozia. Dalle evidenze discendono cinque passi.

Non barattare l’assetto con lo stretto. Qualsiasi intesa a Doha dovrebbe riaprire Hormuz alle condizioni degli Stati della navigazione, non su corsie disegnate da Iran e Oman, e non dovrebbe ridurre le forze americane finché i lanci di missili e droni iraniani contro i vicini non saranno cessati e non ne sarà stata verificata la fine. Una riduzione offerta come concessione è una riduzione che Teheran tratterà come una vittoria e metterà alla prova nel giro di pochi mesi.

Lasciare che le forze arrivino prima che decida il calendario. La Roosevelt e la Makin Island sono a due-tre settimane di distanza. Una campagna avviata con due portaerei è una campagna con meno margine per la lunga fase difensiva che seguì il primo round, quando l’Iran sparò contro 26 siti americani. Se il presidente vuole avere l’opzione di un secondo round, questa dovrebbe essere disponibile con tutta la forza alle spalle, e Teheran dovrebbe vedere quella forza in arrivo mentre negozia.

Proteggere le cisterne. La più preziosa concentrazione di aerei americani nella regione è schierata su un’unica piazzola aperta in Qatar, entro la portata dei missili che l’Iran ha usato contro Ali Al Salem più di 30 volte. Disperdere le cisterne fra basi saudite, omanite e israeliane, e aggiungere ricoveri rinforzati e difesa aerea a corto raggio ad Al Udeid, costerebbe molto meno che perdere a terra, nella prima ora, una parte anche solo minima della flotta.

Ricostituire le scorte di intercettori. Le batterie Patriot e THAAD hanno abbattuto migliaia di missili e droni iraniani da febbraio. Ogni batteria che Washington sposta in Israele o in Qatar comporta una dotazione di intercettori che va rimpiazzata. Il Congresso dovrebbe finanziare subito una produzione pluriennale di intercettori, come misura di guerra, invece di aspettare il prossimo stanziamento supplementare.

Dare credito agli alleati che reggono il fianco. La Grecia ha trasformato Souda Bay nella base di ricognizione della campagna. La Gran Bretagna vola sopra l’Arabia Saudita. La Francia ha navi da guerra e cacciamine nella regione. La Giordania ospita caccia e aerei da trasporto americani nonostante le minacce iraniane. Washington dovrebbe dirlo pubblicamente e sostenerlo con la difesa aerea per i Paesi ospitanti, perché i governi che hanno corso rischi per questa guerra sono quelli che l’Iran cercherà di intimidire per tenerli fuori dalla prossima.

Che cosa osservare

Quattro elementi, nelle prossime due settimane, metteranno alla prova questa lettura. Primo, le portaerei: il fleet tracker previsto per il 2 novembre mostrerà se la Roosevelt e la Makin Island hanno lasciato il Pacifico occidentale; una terza portaerei nel Mar Arabico è il segnale più chiaro che una campagna è pronta a cominciare. Secondo, la piazzola di Al Udeid: se il numero di velivoli presenti scende sotto quota 15 circa, le cisterne si stanno disperdendo come fecero il giorno prima della guerra di febbraio; il prossimo passaggio utile con cielo sereno è atteso intorno al 6 novembre. Terzo, i bombardieri: B-2 o B-52 a Diego Garcia o a Fairford segnalerebbero una campagna più lunga di quanto l’attuale assetto consenta. Quarto, i diplomatici: la partenza ordinata estesa oltre l’Arabia Saudita, oppure la batteria Patriot di Fort Bliss segnalata come operativa in Israele, restringerebbero la timeline.

I satelliti mostrano una forza arretrata dai punti in cui l’Iran l’ha colpita e avanzata dove Israele può proteggerla, con le sue cisterne già in posizione e i rinforzi ancora in mare. È pronta ora per una guerra breve e lo sarà per una più lunga entro la fine di novembre. Anche Teheran lo sa, ed è per questo che chiede a Washington di andarsene.

Nota metodologica: le immagini sono dati ottici a colori reali con risoluzione di 10 metri, acquisiti tra il 1° ottobre e il 1° novembre 2026 su 43 installazioni americane e alleate, dalla Grecia al Pakistan e dalla Georgia a Diego Garcia, elaborati dal Forum del Medio Oriente. Ogni sito è stato confrontato tra il suo ultimo passaggio con cielo sereno e uno precedente. I velivoli sulla piazzola nord di Al Udeid sono stati conteggiati come oggetti scuri e compatti da 2 a 20 pixel sulla superficie della piazzola, con una soglia a 3 sigma, e verificati visivamente; l’intervallo indicato riflette soglie comprese tra 2,5 e 3,5 sigma. A 10 metri gli aerei appaiono come sagome, non come modelli, e caccia, lanciatori e veicoli restano sotto la risoluzione. I velivoli di Souda Bay sono stati identificati a vista. Il tracciamento dei voli è stato effettuato su 10 hub regionali alle 19:08 UTC del 1° novembre. Le posizioni navali sono quelle del fleet tracker dello U.S. Naval Institute del 26 ottobre; il MEF non dispone di immagini di navi in mare. Le cifre sulle forze fornite da funzionari e da tracker open source sono attribuite nel testo. Le informazioni sono aggiornate alle 19:10 UTC del 1° novembre 2026.

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