I curdi siriani devono guardare oltre i diritti linguistici
Un'agenda politica più ampia rafforzerebbe le loro rivendicazioni di riconoscimento culturale e politico.
Sirwan Kajjo è un giornalista e ricercatore specializzato in politica curda, militanza islamica e questioni siriane. Ha firmato due capitoli in volumi sulla Siria e i curdi, pubblicati da Indiana University Press e Cambridge University Press. I suoi scritti su temi siriani e curdi sono apparsi sul Forum del Medio Oriente, sul Washington Institute for Near East Policy e su altre importanti pubblicazioni e centri di ricerca. Kajjo è inoltre autore di Nothing But Soot (Nient'altro che fuliggine), un romanzo ambientato in Siria. Ha conseguito una laurea triennale in governo e politica internazionale alla George Mason University.

QAMISHLI, SIRIA — Il movimento politico curdo in Siria sembra oggi ruotare attorno a un’unica questione chiave: l’istruzione in lingua curda. Il Partito dell’Unione Democratica (PYD) e altri partiti curdi minori che facevano parte dell’amministrazione di governo nel nord-est della Siria hanno fatto del riconoscimento formale dell’istruzione in curdo il loro principale obiettivo politico.
Il PYD e gli altri gruppi affiliati alle ormai disciolte Forze democratiche siriane hanno sostenuto le proteste studentesche e appoggiato varie iniziative per fare pressione sulle autorità provvisorie siriane affinché riconoscano il curdo come lingua di insegnamento a tutti i livelli del sistema educativo.
Questa concentrazione così marcata su un solo tema colpisce. Fino a poco tempo fa, questi gruppi curdi controllavano quasi un terzo del territorio siriano, prima che Damasco prendesse la maggior parte delle aree detenute dalle Forze democratiche siriane e imponesse un accordo ai leader curdi. L’intesa ha privato le forze curde di quasi tutta la loro autonomia, fino a portare allo scioglimento delle Forze democratiche siriane e delle istituzioni civili che avevano governato il nord-est della Siria per oltre un decennio.
Al culmine della loro influenza, gli attori politici curdi in Siria sostenevano il decentramento come possibile soluzione alle carenze di governo che da tempo affliggono il Paese. In quegli anni i diritti linguistici passarono in secondo piano, perché il curdo era già riconosciuto dall’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est, a guida curda, come lingua ufficiale accanto all’arabo e al siriaco. Il curdo era la principale lingua di insegnamento in tutto il sistema educativo. Per la prima volta, i curdi crearono istituzioni dedicate alla loro lingua e poterono pubblicare e trasmettere liberamente in curdo.
Definire il passaggio dalle rivendicazioni di decentramento e federalismo alle richieste di istruzione in lingua curda come un arretramento politico sarebbe persino riduttivo. Tuttavia, il fatto che un’intera generazione di curdi sia cresciuta ricevendo un’istruzione prevalentemente in curdo può spiegare perché, in questa fase della lotta per il riconoscimento, l’istruzione in curdo sia diventata un obiettivo politico centrale per i partiti curdi.
Storicamente, soprattutto sotto il dominio baathista, ai curdi venne negato il diritto di imparare e insegnare la propria lingua. I diritti linguistici furono quindi una componente centrale dell’attivismo politico all’interno del movimento curdo. Il conflitto siriano ha capovolto quella realtà, consentendo ai curdi, per la prima volta nella storia del Paese, di governare di fatto le proprie regioni. È questa realtà, nonostante i cambiamenti intervenuti in Siria dopo la caduta del regime di Assad, a dover orientare il modo in cui i curdi perseguono i loro diritti culturali e politici.
I gruppi curdi siriani dovrebbero rilanciare e rafforzare le richieste di decentramento, che offrirebbe una cornice per garantire i diritti linguistici. Un’agenda politica più ampia rafforzerebbe le loro rivendicazioni di riconoscimento culturale e politico, invece di limitare le richieste a un solo tema.
Dall’accordo del gennaio 2026 tra le Forze democratiche siriane e Damasco, e soprattutto dopo lo scioglimento delle Forze democratiche siriane nell’agosto 2026, l’opposizione politica organizzata nella regione curda — storicamente un centro di dissenso contro i regimi succedutisi a Damasco — è di fatto scomparsa.
I partiti e i gruppi politici curdi, lungo tutto lo spettro politico, non sembrano più avvertire la necessità di opporsi al nuovo regime siriano, anche perché Damasco ha concesso uno spazio limitato all’espressione dell’identità curda nella sfera pubblica. Eppure potrebbe essere esattamente questo l’obiettivo di Damasco: pacificare i curdi con concessioni simboliche e circoscritte, per impedire la nascita di un movimento di opposizione curdo che possa ispirare altre comunità minoritarie, in particolare alauiti e drusi, che a tratti hanno guardato ai curdi come a potenziali guide del cambiamento democratico in Siria.
Tra l’élite politica curda è diffusa l’idea di poter essere partner nella costruzione del nuovo Stato siriano e che opporsi apertamente al governo del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa possa indebolire gli sforzi per garantire i diritti curdi. È però una lettura che non coglie la realtà politica. Al-Sharaa non sembra considerare i curdi, né altri attori politici, come veri partner nel governo della Siria. Il suo accordo con i leader curdi è stato dettato in larga misura dalla pressione internazionale. È proprio per questo che i gruppi curdi devono continuare a incalzare Damasco, tanto più che le principali potenze mondiali hanno esortato il governo siriano a non mettere ai margini i gruppi curdi dopo le violenze del gennaio 2026.
I curdi siriani hanno perso la loro forza militare e la loro autorità autonoma di fatto, ma conservano una capacità di iniziativa politica e un’organizzazione che li collocano in una posizione unica per restare una voce del cambiamento democratico in Siria. Sebbene le prospettive di una transizione democratica nelle attuali circostanze siano esigue, il movimento curdo farebbe meglio a puntare su un futuro democratico più ampio per la Siria, anziché accontentarsi di concessioni limitate da parte di Damasco.
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