L'Occidente deve smettere di delegare ai religiosi la definizione della pratica islamica
I decisori politici occidentali non possono ignorare la dimensione religiosa, ma non devono ridurre i movimenti estremisti alla sola religione.
Davood Moradian è il direttore dell'Afghan Institute for Strategic Studies (Istituto afghano di studi strategici).

La decisione della Chiesa d’Inghilterra di premiare un religioso pakistano per il suo contributo al dialogo interreligioso — e il successivo ritiro del riconoscimento, dopo l’emergere di prove dei suoi elogi al leader di Al Qaeda Osama bin Laden — è stata più di un imbarazzante fallimento nelle verifiche preliminari. Ha messo a nudo un equivoco occidentale: l’idea che l’autorità religiosa coincida con la legittimità sociale e con un’autentica rappresentanza dei musulmani.
Per decenni i governi occidentali si sono rapportati alle società islamiche attraverso una ristretta dicotomia tra «estremisti» e «moderati»: entrambe le categorie sono religiose. L’estremista è il musulmano la cui interpretazione dell’islam è pericolosa; il moderato è il musulmano la cui interpretazione è accettabile. In entrambi i casi, la fede diventa la lente attraverso cui l’Occidente interpreta identità politica, motivazione civica e dinamiche sociali.
È un grave errore di analisi. Le società a maggioranza musulmana non sono monoliti religiosi. Al loro interno convivono islamisti, tradizionalisti, riformisti, laicisti, atei, agnostici, nazionalisti, liberali, socialisti, monarchici, democratici e settori autoritari. Comprendono anche musulmani che considerano la propria fede una questione privata, non un programma politico. Trattando i religiosi e le organizzazioni confessionali come interlocutori delle società musulmane, i governi occidentali hanno rafforzato le componenti a base religiosa a diretto detrimento di tutte le altre.
Le radici del problema sono storiche e geopolitiche. Durante la Guerra fredda la religione divenne un’arma utile contro il «comunismo senza Dio». L’Afghanistan ne è stato l’esempio più rilevante. Gli Stati Uniti e i loro alleati sostennero i mujaheddin afghani che combattevano l’occupazione sovietica, contribuendo a creare un’infrastruttura di mobilitazione islamista le cui conseguenze si sono protratte oltre la Guerra fredda. La logica strategica era comprensibile; non lo erano i costi di lungo periodo. Gli Stati Uniti hanno trattato la religione come uno strumento di geopolitica, anziché come una delle dimensioni di società complesse.
Questa abitudine sopravvive nella diplomazia contemporanea. Gli Accordi di Abramo sono, in sostanza, intese su interessi statali, sicurezza, sovranità e cooperazione economica. Eppure gran parte della loro presentazione pubblica è stata avvolta nel linguaggio della riconciliazione «abramitica» e dell’armonia interreligiosa. null La descrizione degli Accordi di Abramo offerta dal Dipartimento di Stato americano illustra questa cornice teologica. Un simile linguaggio non è di per sé criticabile, ma quando la religione diventa il vocabolario dell’azione di governo in Medio Oriente, le identità politiche, civiche ed economiche scompaiono dietro etichette religiose essenzialiste.
Le conseguenze sono più preoccupanti là dove la politica occidentale ha contribuito a costruire nuovi ordinamenti politici. L’Afghanistan del dopo 2001 è diventato una «Repubblica islamica», mentre la Costituzione irachena del dopo Saddam ha dichiarato l’islam religione ufficiale e fonte fondamentale della legislazione. null L’impianto costituzionale afghano e null la Costituzione irachena mostrano come la giurisprudenza religiosa si radichi nel governo dello Stato. I decisori politici occidentali sono stati riluttanti a mettere in discussione queste soluzioni, temendo accuse di ostilità all’islam. Il risultato è stato un paradosso: nel tentativo di dimostrare rispetto per l’islam, i governi occidentali hanno legittimato strutture politiche che limitavano quel pluralismo che dicevano di sostenere.
Lo stesso problema si presenta all’interno delle società occidentali. L’integrazione dei musulmani è troppo spesso discussa attraverso l’accomodamento dell’identità religiosa — scuole confessionali, offerta di cibo halal o consigli della sharia — anziché attraverso cittadinanza, uguaglianza e partecipazione a una comune comunità politica. L’esperienza britannica con i consigli della sharia illustra la tensione. Se è vero che un arbitrato religioso volontario può esistere all’interno di un ordinamento giuridico libero, l’autorità religiosa non può prevalere sui diritti universali garantiti dallo Stato, come evidenziato dalla posizione del Regno Unito sui consigli della sharia. null
La conseguenza è la marginalizzazione sistematica dei musulmani che non rientrano nel modello religioso prediletto: riformatori, laicisti, atei, ex musulmani, dissidenti, femministe e critici dell’islam politico. Londra e le altre capitali occidentali considerano le loro voci meno rappresentative proprio perché mettono in discussione l’assunto secondo cui l’islam dovrebbe occupare una posizione privilegiata nella vita pubblica.
Non si tratta di un problema meramente intellettuale. Indebolisce la lotta all’estremismo islamista. I movimenti estremisti non vanno ridotti alla sola religione: la violenza politica nasce dall’interazione tra ideologia, teologia, rivendicazioni politiche, autoritarismo e condizioni sociali. Ma neppure la dimensione religiosa va edulcorata o ignorata. Una politica che ha paura di esaminare criticamente le idee religiose non può contrastare movimenti che usano quelle idee per legittimare la violenza politica.
La risposta non è meno libertà religiosa. È pari libertà religiosa. I musulmani devono essere liberi di praticare la propria fede senza costrizioni. Ma devono godere di un’uguale libertà di reinterpretare l’islam, rifiutarlo, farne satira, abbandonarlo o considerarlo una questione privata. I non musulmani devono godere delle stesse libertà. La fede religiosa merita protezione dalla coercizione; le idee religiose non meritano l’immunità dalla critica. La politica occidentale dovrebbe abbandonare la ricerca dei «musulmani moderati» e coltivare invece società pluraliste in cui i cittadini determinino liberamente da sé quale ruolo la religione debba avere nelle loro vite.