L'Azerbaigian non dovrebbe cedere alle pressioni islamiste sull'istruzione femminile
Le studentesse non possono diventare ostaggi, intrappolate tra le convinzioni religiose dei genitori e le rigide politiche dello Stato.
Davood Moradian è il direttore dell'Afghan Institute for Strategic Studies (Istituto afghano di studi strategici).

Il 21 settembre 2026 il Consiglio dei ministri dell'Azerbaigian ha modificato il regolamento sulle divise scolastiche, vietando gli abiti ritenuti incompatibili con l'istruzione laica. Sebbene la norma non citi il velo, la sua applicazione ha portato le scuole a escludere alunne e insegnanti che lo indossavano. La decisione ha innescato proteste e boicottaggi scolastici, suscitando polemiche in Turchia e preoccupazione in Iran. Al di là di una disputa amministrativa, questa crisi mette a nudo uno scontro strutturale sull'istruzione femminile, l'autorità religiosa e il secolarismo politico nei Paesi a maggioranza musulmana.
L'obiettivo di fondo dello Stato azerbaigiano è proteggere le ragazze dall'obbligo del velo e dal suprematismo patriarcale islamista. L'islamismo politico usa il corpo femminile come marcatore per imporre la conformità all'autorità maschile. I quadri internazionali in materia di diritti umani stabiliscono che i minori hanno il diritto fondamentale di essere protetti dalle pressioni sociali e religiose dei genitori che ne compromettono le opportunità di sviluppo, il benessere e la parità di cittadinanza.
I precedenti storici mostrano come l'istruzione femminile resti un bersaglio della reazione conservatrice. Negli anni Venti il re afghano Amanullah istituì scuole per ragazze e inviò studentesse in Turchia per gli studi superiori, salvo poi vedere l'opposizione religiosa smantellare i suoi sforzi di modernizzazione. Decenni dopo l'ayatollah Ruhollah Khomeini si mobilitò contro le riforme laiche in Iran, fino all'introduzione dell'obbligo del velo. Oggi il regime di apartheid di genere dei talebani e l'esclusione delle donne dall'istruzione secondaria e superiore rappresentano l'esito estremo della coercizione religiosa.
Le tensioni tra diritti individuali, tradizione religiosa e uguaglianza civica sono universali: la Knesset israeliana, per esempio, ha approvato una legge che consente la segregazione di genere nelle aule universitarie, alimentando il dibattito sul fatto che venire incontro all'ortodossia comprometta la partecipazione accademica femminile.
Tuttavia il secolarismo imposto dallo Stato non deve trasformarsi nello specchio del paternalismo religioso. Gli avversari del secolarismo presentano spesso l'uguaglianza di genere come un'imposizione occidentale estranea, mentre i fondamentalisti dipingono misoginia, antisemitismo e omofobia come immutabili. Entrambe le tesi travisano la storia. I dogmi diffusi in parte del mondo musulmano sono fenomeni moderni, plasmati dalle ideologie politiche del Novecento, dai codici giuridici coloniali e dalla costruzione autoritaria dello Stato nazionale. Prima di questi sviluppi, la civiltà islamica classica mostrava apertura culturale, tolleranza religiosa e flessibilità riguardo al genere e alle norme sociali, spesso in contrasto favorevole con la rigida ortodossia dell'Europa occidentale medievale.
Questa apertura mentale storica è celebrata nella letteratura classica. L'opera di Nezami Ganjavi, pilastro della poesia persiana e figura centrale del patrimonio culturale azerbaigiano, offre una prova convincente dell'umanesimo regionale premoderno. In capolavori come Khosrow e Shirin, Ganjavi raffigura protagoniste femminili come figure autonome, intellettualmente formidabili, dotate di capacità politica e autorità morale. Inoltre la letteratura persiana medievale presentava regolarmente rappresentazioni fluide dell'affetto e dell'identità, riflesso di un patrimonio culturale a proprio agio con la diversità.
Per risolvere la crisi attuale, i quadri normativi devono incorporare una strategia che risponda all'imperativo di garantire l'istruzione a tutti i bambini, a prescindere dal loro abbigliamento. Le studentesse non possono diventare ostaggi, intrappolate tra le convinzioni religiose dei genitori e le rigide politiche dello Stato; punire le alunne con l'esclusione colpisce proprio le bambine che lo Stato intende difendere.
Le autorità azerbaigiane dovrebbero esplorare percorsi creativi e inclusivi, come meccanismi di iscrizione flessibili, linee guida transitorie sull'abbigliamento e canali di consulenza scolastica, per integrare queste studentesse nell'istruzione ordinaria, istituendo al tempo stesso quadri sostenibili per attuare le nuove politiche senza violare il diritto allo studio.
Inoltre, affinché le iniziative di genere restino emancipatrici, democratiche e partecipative, occorre promuovere la leadership femminile. L'Azerbaigian dovrebbe istituire comitati di revisione indipendenti composti da studiose femministe, educatrici, esperti di protezione dell'infanzia e donne di diversa provenienza laica e religiosa, con il compito di guidare l'attuazione delle politiche. Promuovere l'equità di genere richiede anche un approccio integrato che colleghi il governo locale a una solidarietà panregionale tra le società a maggioranza musulmana. Costruire coalizioni transfrontaliere consente a studiose e attiviste di scambiarsi strategie per resistere alla coercizione maschile. Questi quadri devono dare priorità a meccanismi efficaci di tutela dei diritti umani: i richiami alla «diversità culturale» o alla «sensibilità religiosa» non devono mai servire da pretesto per legittimare pratiche patriarcali o l'imposizione del velo.
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