La violenza dei coloni è un problema, ma contesto e categorie contano
I critici non devono presentare i reati israeliani come rappresentativi dell'intera popolazione dei coloni, né ridurre ai margini il terrorismo palestinese.

Il dibattito sulla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania richiede di esaminarne con attenzione misurazione, cause e contesto.
La violenza contro i palestinesi esiste e richiede indagini e procedimenti penali. Le Forze di difesa israeliane hanno segnalato circa 870 episodi di criminalità a sfondo nazionalista nel 2025, in aumento del 27 per cento rispetto al 2024; 120 sono stati classificati come gravi, contro gli 83 precedenti. Queste cifre non giustificano né liquidare il fenomeno come un’invenzione né attribuire le azioni dei responsabili a tutti i residenti degli insediamenti.
La misurazione conta. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha registrato 1.828 attacchi di coloni che hanno provocato vittime o danni materiali nel 2025. Le sue categorie comprendono danneggiamento di colture, furto, vandalismo, aggressione e sparatorie: reati che differiscono per gravità e conseguenze. Il numero complessivo degli episodi non stabilisce quello degli autori; singoli individui possono commettere numerosi reati.
È inoltre necessario distinguere la condotta dal movente. Furto, vandalismo o aggressione possono riflettere nazionalismo, dispute locali, tornaconto economico o una combinazione di moventi. Né l’identità dell’autore né quella della vittima stabiliscono la motivazione. Un’analisi del Washington Institute del settembre 2026 descrive, in alcuni autori, una delinquenza giovanile combinata con una giustificazione ideologica. Criminalità e ideologia possono sovrapporsi senza esprimere le posizioni di un’intera comunità.
I dati devono distinguere tra gli attacchi contro i palestinesi e l’autodifesa o l’intervento contro il terrorismo. Un colono o un soldato che spara a un palestinese che cerca di sparargli o accoltellarlo non è la stessa cosa di un colono in cerca di uno scontro. Includere casi simili gonfia i totali e confonde gli aggressori con chi si difende. Le definizioni dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari richiedono questa distinzione, benché non sia chiaro se i funzionari delle Nazioni Unite ne colgano le sfumature o si attengano alla categorizzazione.
Il contesto impone di esaminare anche il terrorismo palestinese. Durante la Seconda Intifada i palestinesi hanno ucciso circa 1.000 civili e soldati israeliani su entrambi i lati della Linea Verde. Questa esperienza contribuisce a spiegare la paura, le esigenze difensive e, talvolta, la vendetta. Non può giustificare il danno arrecato a palestinesi estranei al terrorismo, ma resta essenziale per comprendere gli scontri e la loro escalation.
La violenza contro i palestinesi è aumentata dopo il 7 ottobre 2023. L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari ha registrato circa tre episodi al giorno nel periodo gennaio-settembre 2023, contro i sette tra il 7 ottobre e il 10 novembre dello stesso anno. Il ritmo è poi calato, ma è rimasto al di sopra della media precedente. Il massacro di israeliani, il timore di ulteriori attacchi e il terrorismo in Cisgiordania possono spiegare un aumento dell’azione difensiva, accanto alle rappresaglie contro persone estranee agli attentati. L’Institute for National Security Studies israeliano individua attacchi successivi al terrorismo palestinese e un’ondata dopo il 7 ottobre 2023.
La politica governativa che incoraggia l’espansione degli insediamenti è un altro fattore che contribuisce. Fattorie e avamposti vicino a villaggi palestinesi e ad aree di pascolo aumentano contatti e dispute su terreni, strade e accesso alle attività agricole. L’Armed Conflict Location & Event Data Project ha rilevato una concentrazione di episodi violenti in prossimità di avamposti agricoli istituiti di recente. Ciò non dimostra che ogni espansione produca violenza, ma giustifica l’esame della possibilità che l’espansione, in assenza di un’adeguata applicazione della legge e di regolamentazione, accresca l’attrito.
I confronti richiedono definizioni comparabili. Rispondendo a una richiesta di accesso agli atti relativa al 2021, le Forze di difesa israeliane hanno registrato 446 episodi di criminalità nazionalista ebraica, 91 episodi di terrorismo palestinese e 7.010 episodi con lancio di pietre, bottiglie incendiarie e ordigni esplosivi. Le categorie sono diverse, ma presentare i coloni come la principale fonte di violenza richiede prove che vadano oltre la loro centralità nella copertura mediatica internazionale.
Le campagne elettorali creano incentivi a dare risalto a episodi che avvalorano interpretazioni contrapposte della politica governativa. I critici presentano i reati come prova a carico dell’impresa degli insediamenti; i sostenitori considerano la loro documentazione un attacco agli insediamenti.
Conta anche la cornice dei media internazionali. Presentare i reati israeliani come rappresentativi della popolazione dei coloni, marginalizzando al contempo il terrorismo palestinese, porta i lettori a vedere nei coloni la fonte della violenza e nei palestinesi esclusivamente delle vittime. Il problema non è dare notizia dei reati, ma la generalizzazione in assenza di contesto.
Una simile cornice può servire agli sforzi volti a delegittimare gli insediamenti o Israele. Facilita il passaggio dalla richiesta di indagini e punizioni alla rivendicazione di pressioni su Israele, dell’evacuazione degli insediamenti e di uno Stato palestinese. Presso un pubblico già ostile a Israele, può rafforzare posizioni esistenti e fornire ulteriori giustificazioni.
Anche gli avversari di Israele conducono operazioni di influenza. Microsoft ha documentato un’estensione dell’attività iraniana dopo il 7 ottobre 2023, con account falsi e amplificazione coordinata sui social media mirata a indebolire Israele e i suoi sostenitori. Operazioni del genere non hanno bisogno di inventare eventi: possono sfruttare notizie già esistenti, enfatizzare selettivamente dettagli, privarli del contesto e amplificare le critiche. Si crea così un potenziale circuito di retroazione in cui l’informazione fornisce materiale alle campagne di influenza, mentre l’amplificazione coordinata fa apparire determinate narrazioni più diffuse di quanto siano.
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