Un asse nucleare tra Israele e Taiwan, le ragioni strategiche
Gli Stati piccoli esposti a minacce esistenziali per la propria sicurezza non possono permettersi di delegare ad altri la deterrenza.

Ernst David Bergmann, fondatore della Commissione israeliana per l’energia atomica, arrivò a Taiwan nel 1965 per una missione di sette giorni. I suoi incontri con l’ex presidente Chiang Kai-shek e con l’allora ministro della Difesa Chiang Ching-kuo, al Lalu Sun Moon Lake Hotel, portarono al Piano Hsin Chu. L’iniziativa includeva un dettagliato progetto nucleare del presunto complesso del reattore israeliano di Dimona: un reattore ad acqua pesante, un impianto di produzione e una struttura di separazione del plutonio. Con l’aggravarsi dell’isolamento internazionale negli anni Settanta, quel progetto bilaterale si trasformò in un clandestino asse nucleare trilaterale che incorporava il Sudafrica dell’apartheid. Facendo leva su queste reti occulte, nel 1985 il generale Hau Pei-tsun arrivò perfino a ordinare ai militari di prepararsi a una rapida capacità di breakout nucleare: un modello storico di sopravvivenza che oggi sia Taipei sia Gerusalemme devono riesumare.
Tuttavia, le forti pressioni diplomatiche americane posero fine a quegli sforzi. Dopo che nel gennaio 1988 la Central Intelligence Agency esfiltrò lo scienziato di punta Chang Hsien-yi, Taiwan consegnò la propria acqua pesante, spense il lavoro di ritrattamento e chiuse gli impianti sensibili, in linea con le richieste dell’amministrazione Reagan. Dopo aver registrato circa 850 milioni di dollari in trasferimenti diretti di armamenti a Taiwan tra il 1980 e il 1992, Israele interruppe la cooperazione con Taiwan e si rivolse a Pechino, alla ricerca di contratti redditizi. Purtroppo, queste misure non riuscirono né a indurre cautela geopolitica nella Cina né a porre fine al partenariato di Pechino con Teheran: Pechino si limitò ad ampliare le proprie infrastrutture dual-use e Teheran sviluppò i suoi programmi missilistici e di droni.
Oggi il sostegno cinese all’Iran ribalta l’aritmetica strategica. La documentazione doganale iraniana registra circa 1.300 spedizioni aeree di componenti dual-use per droni e missili — unità GPS, motori elettrici, parti di motori aeronautici — da entità cinesi al ministero della Difesa iraniano nella prima metà del 2026. Le partite sono arrivate il 17 giugno 2026, nell’ambito di un memorandum di cessate il fuoco temporaneo, e sono proseguite nei giorni successivi, con oltre una dozzina di ulteriori carichi per un valore superiore a 6 milioni di dollari. Parallelamente, la Cina assorbe la gran parte del petrolio iraniano sottoposto a sanzioni attraverso la propria flotta ombra. Dati recenti di Kpler relativi al 2025 indicano che circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio iraniano arrivano ad acquirenti cinesi, con società legate a Hong Kong e alla Cina continentale che possiedono o mettono a disposizione gli equipaggi di decine di queste navi. Questi flussi economici generano miliardi di dollari in valuta forte che sostengono la produzione militare iraniana rivolta contro Israele e i suoi partner regionali.
Una capacità nucleare latente di Taiwan innalzerebbe i costi attesi di qualsiasi operazione anfibia dell’Esercito popolare di liberazione attraverso lo Stretto di Taiwan. Questo maggiore costo difensivo distoglierebbe risorse fiscali e politiche dalle altre sfide di sicurezza persistenti di Pechino e ridurrebbe la capacità della Cina di sostenere i trasferimenti dual-use verso Teheran. La scelta nucleare israeliana del secondo dopoguerra del 1956, maturata dopo che gli alleati abbandonarono il Paese a Suez, è una decisione strategica analoga. Gli Stati piccoli che fronteggiano minacce esistenziali alla propria sicurezza non possono permettersi di esternalizzare la deterrenza. Taipei corre un rischio analogo se Washington antepone la stabilità di breve periodo al più ampio equilibrio di potenza.
Per contrastare queste minacce crescenti, Gerusalemme e Taipei dovrebbero mettere in campo immediatamente tre misure strategiche concrete. In primo luogo, lo Stato ebraico e Taiwan devono attuare il «Sealed Latency Protocol» (protocollo di latenza sigillata). In base a questo schema, Israele venderebbe gruppi modulari del ciclo del combustibile, sigillati in fabbrica, destinati a una collocazione sotterranea sicura presso gli impianti di ricerca taiwanesi. Israele dovrebbe inoltre fornire software cifrato di diagnostica a distanza — in grado di mantenere una tempistica di breakout verificata inferiore a 120 giorni senza un effettivo stoccaggio di armi — in cambio della piena proprietà in imprese israeliane dei materiali avanzati e di un potenziamento dell’agenda diplomatica strategica di Gerusalemme nelle capitali che sostengono Taipei.
In secondo luogo, Israele e Taiwan devono istituire il «Dual-Use Forensics Exchange» (scambio di analisi forensi sul dual-use). Gli ingegneri taiwanesi si formerebbero presso laboratori civili israeliani di analisi forense nucleare e di caratterizzazione dei materiali, mentre Gerusalemme riceverebbe flussi di dati in tempo reale dal monitoraggio taiwanese delle spedizioni dual-use di Pechino attraverso i porti asiatici. I due creerebbero un circuito chiuso di intelligence per tracciare le stesse catene di fornitura che oggi confluiscono in Iran.
In terzo luogo, Gerusalemme e Taipei devono dar vita al «Periphery Pact» (patto della periferia), attraverso il quale Taiwan finanzierebbe un consorzio guidato da Israele per produrre pacchetti di simulazione e progettazione di armi nucleari accelerati dall’intelligenza artificiale e nuove tecnologie di lenti ad alto esplosivo destinate alla produzione autoctona taiwanese, riorientando al tempo stesso le proprie industrie dei semiconduttori e della cantieristica verso sistemi congiunti antinave e antiaerei capaci di contrastare sia la capacità d’assalto anfibio cinese sia la guerra iraniana dei droni.
In definitiva, questi passi strategici ripristinerebbero l’equilibrio delineato per la prima volta durante la visita di Bergmann nel 1965: una visione abbandonata da decenni di avversione burocratica al rischio e di politiche sbagliate. Gerusalemme e Taipei non possono più permettersi che la timidezza diplomatica detti le condizioni della loro sopravvivenza.